Camera dei Deputati - 1-00414 - Mozione sulla pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) ai fini della realizzazione del deposito nazionale per il combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi. Discussione

Camera dei Deputati - 1-00414 - Mozione presentata il 14 gennaio 2021.

La Camera,

   premesso che:

in seguito all'emanazione del decreto interministeriale del Ministero dello sviluppo economico e del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 30 dicembre 2020, la So.G.I.N. S.p.A. (la società statale incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi) ha provveduto alla pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) ai fini della realizzazione del deposito nazionale per il combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi;

la Carta comprende 67 aree, con priorità differenti, dislocate nelle regioni Piemonte (8 zone), Toscana e Lazio (24 zone), Basilicata e Puglia (17 zone), Sardegna (14 aree), Sicilia (4 aree); risultano 12 aree in classe A1, 11 aree in classe A2, 15 aree in classe B e 29 aree in classe C; le aree in classe A1, ossia con la massima priorità, sono ubicate: 2 in provincia di Torino, 5 in provincia di Alessandria e 5 in provincia di Viterbo;

tale passo intende anche rispondere all'infrazione comunitaria in atto sulla mancata trasmissione del Programma nazionale per la gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, verso la realizzazione del deposito per la conservazione dei rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività e del parco tecnologico;

il decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, come da ultimo modificato dal decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 45, e dal decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2015, n. 11, disciplina i sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché i benefici economici per i territori interessati, e prevede i criteri per la scelta dei siti idonei, successivamente sviluppati da Ispra (oggi organo di controllo Isin) e da So.G.I.N. S.p.A. e più volte revisionati nel corso degli anni; le ultime revisioni della Cnapi, elaborate dalla So.G.I.N. S.p.A., contenenti la distinzione delle aree ricadenti in zone definite a rischio sismico 2 dalle regioni (classe C) e l'esame dei dati e stime dei quantitativi dei rifiuti radioattivi dell'Amministrazione della difesa, sono state validate dall'organo di controllo Isin il 5 marzo e il 10 dicembre 2020;

la pubblicazione della Cnapi, con l'elenco dei 67 luoghi potenzialmente idonei, che presentano differenti gradi di priorità a seconda delle caratteristiche, di fatto dà l'avvio alla fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all'esito della quale si terrà, nell'arco dei quattro mesi successivi alla pubblicazione della Cnapi, un seminario nazionale. Pertanto, si avvia ora il dibattito pubblico vero e proprio che vedrà la partecipazione di enti locali e regioni, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, per approfondire tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere;

in base alle osservazioni pervenute e alla discussione nel seminario nazionale, la So.G.I.N. S.p.A. aggiornerà la Cnapi che verrà nuovamente sottoposta ai pareri del Ministero dello sviluppo economico, dell'ente di controllo Isin, del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. In base a tali pareri, il Ministero dello sviluppo economico convaliderà la versione definitiva della Carta nazionale delle aree idonee (Cnai). La Cnai, pertanto, sarà il risultato dell'aggiornamento della Cnapi sulla base dei contributi emersi durante la consultazione pubblica, che verrà comunicata agli enti territoriali interessati ai fini della presentazione delle proprie candidature per ospitare l'impianto; è prevista una apposita procedura per l'acquisizione dell'intesa della regione nel cui territorio ricadono aree idonee;

nella guida tecnica n. 29 dell'Ispra del 2014, sono stati stabiliti i criteri di «esclusione» e di «approfondimento» per la localizzazione dell'impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività, basati anche sulle raccomandazioni elaborate da organismi internazionali ed in particolare dalla International Atomic Energy Agency (Iaea), utilizzati da So.G.I.N. S.p.A. per la redazione della Cnapi;

sono state escluse: le aree vulcaniche attive o quiescenti e quelle sismiche e interessate da fenomeni di fagliazione; le aree caratterizzate da rischio e/o pericolosità geomorfologica e/o idraulica di qualsiasi grado e le fasce fluviali e quelle contraddistinte dalla presenza di depositi alluvionali di età olocenica; le aree ubicate ad altitudine maggiore di 700 metri s.l.m., o caratterizzate da versanti con pendenza media maggiore del 10 per cento o ubicate sino alla distanza di 5 chilometri dalla linea di costa attuale, oppure ubicate a distanza maggiore ma ad altitudine minore di 20 metri s.l.m.; le aree interessate dal processo morfogenetico carsico o con presenza di sprofondamenti catastrofici improvvisi (sinkholes) o caratterizzate da livelli piezometrici affioranti o che, comunque, possano interferire con le strutture di fondazione del deposito, nonché tutte le aree naturali protette identificate ai sensi della normativa vigente, quelle che non siano ad adeguata distanza dai centri abitati o che siano a distanza inferiore a 1 chilometro da autostrade e strade extraurbane principali e da linee ferroviarie fondamentali e complementari; le aree caratterizzate dalla presenza nota di importanti risorse del sottosuolo e quelle caratterizzate dalla presenza di attività industriali a rischio di incidente rilevante, di dighe e sbarramenti idraulici artificiali, aeroporti o poligoni di tiro militari operativi;

i criteri di approfondimento valutano, inoltre, i seguenti aspetti: presenza di manifestazioni vulcaniche secondarie; presenza di movimenti verticali significativi del suolo in conseguenza di fenomeni di subsidenza e di sollevamento (tettonico e/o isostatico); assetto geologico-morfostrutturale e presenza di litotipi con eteropia verticale e laterale; presenza di bacini imbriferi di tipo endoreico; presenza di fenomeni di erosione accelerata; condizioni meteo-climatiche; parametri fisico-meccanici dei terreni; parametri idrogeologici; parametri chimici del terreno e delle acque di falda; presenza di habitat e specie animali e vegetali di rilievo conservazionistico, nonché di geositi; produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico; disponibilità di vie di comunicazione primarie e infrastrutture di trasporto; presenza di infrastrutture critiche rilevanti o strategiche;

l'impianto, il cui finanziamento è previsto a carico della quota delle bollette elettriche destinata allo smantellamento degli impianti nucleari, interessa un'area di circa 150 ettari, di cui 40 sono destinati al Parco tecnologico. Il deposito consiste in 90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle, ove verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con all'interno i rifiuti radioattivi già condizionati; si tratta di circa 78 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività provenienti dal mondo civile, dagli impianti nucleari in dismissione nel nostro Paese, da combustibili inviati in Francia e Gran Bretagna e in special modo dal settore medico e ospedaliero; sono previste misure di compensazione e di riequilibrio ambientale e territoriale per i territori che ospiteranno il deposito, da definire con trattative bilaterali;

le premesse del nulla osta del 30 dicembre 2020 specificano che la Cnapi, l'ordine di idoneità delle aree sulla base delle caratteristiche tecniche e socio-ambientali ed il progetto preliminare del Parco tecnologico sono definiti dalla So.G.I.N. S.p.A. a titolo di «proposta» e che, solo a seguito delle procedure di cui ai commi 3, 4, 5 e 6 dell'articolo 27 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, e successive modificazioni, verrà approvata la Carta nazionale delle aree idonee con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ed il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti; in particolare, l'articolo 3 citato prevede la pubblicazione della Cnapi sul sito Internet della So.G.I.N. S.p.A. e il contestuale avviso della pubblicazione almeno su cinque quotidiani a diffusione nazionale, affinché, nei sessanta giorni successivi alla pubblicazione, le regioni, gli enti locali, nonché i soggetti portatori di interessi qualificati, possano formulare osservazioni e proposte tecniche in forma scritta e non anonima, trasmettendole ad un indirizzo di posta elettronica della Sogin SpA appositamente indicato;

nonostante la realizzazione della Cnapi sia stata prevista già da 10 anni, e i criteri tecnici siano stati ben stabiliti da Ispra nel 2014, il modo, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo inquietante, adottato dal Governo per la presentazione di una questione di massima delicatezza, come quella della realizzazione di un deposito nucleare, ha creato tensioni sociali, divisioni conflittuali nella popolazione e rivolte da parte delle regioni e dei comuni coinvolti;

 «no» categorici sono apparsi sulla stampa da parte di presidenti di regioni e province e di sindaci dei comuni individuati sulla Cnapi, nonché critiche pesanti provenienti da associazioni di comuni, come l'Anci, e da associazioni ambientaliste come Italia Nostra, Greenpeace, Wwf;

infatti, in seguito alla firma del nulla osta interministeriale del 30 dicembre 2020, sono state diffuse notizie sulla stampa e sui social, senza un minimo di ufficialità e senza alcun chiarimento sul valore effettivo della Cnapi, sulle procedure fino ad oggi attivate per giungere alla redazione di tale carta e sulle procedure che verranno attivate prossimamente per la scelta effettiva del sito;

le regioni e i comuni interessati hanno visto il proprio nome sulla Cnapi senza un minimo di preavviso da parte del Governo, peraltro, in un momento particolare, laddove l'attenzione di tutti è posta sulla crisi pandemica da Covid-19 oltre che sulle tensioni nell'ambito della maggioranza di Governo;

alcune proposte, come quelle dei siti ubicati nelle due isole della Sardegna e della Sicilia, contrastano chiaramente con il criterio dell'efficacia delle vie di comunicazione primarie e delle infrastrutture di trasporto e, inoltre, sembra discutibile la scelta della distanza di solo 1 chilometro da autostrade, ferrovie e infrastrutture di comunicazione principali e anche dai centri abitati molto piccoli e, in generale, non è assolutamente chiara la definizione di «adeguata» distanza dai centri abitati né la scala della cartografia permette calcoli esatti;

alcune province presentano una massima concentrazione di siti idonei, come quella di Alessandria, che comprende 6 siti idonei, nei comuni di Alessandria, Castelletto Monferrato, Quargnento, Fubine, Oviglio, Bosco Marengo, Frugarolo, Novi Ligure, Castelnuovo Bormida, Sezzadio, con ben 5 siti classificati in categoria A1, ossia con il massimo grado di priorità; in analoga situazione si trova anche la provincia di Viterbo; eppure le amministrazioni comunali non sono state informate preventivamente delle prerogative del proprio territorio;

solo il 5 gennaio 2021 è apparso un comunicato stampa sul sito del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare che ha annunciato ufficialmente la notizia della pubblicazione della Cnapi da parte della So.G.I.N. S.p.A. e dell'avvio della consultazione pubblica, riportando il nulla osta Mise-Mattm e i riferimenti per tutte le informazioni sul sito appositamente indicato da So.G.I.N. «www.depositonazionale.it»;

tale comportamento dell'Esecutivo su un tema delicato e fortemente divisivo, come quello dei rifiuti nucleari, è stato giudicato sulla stampa pericoloso, arrogante e irresponsabile, da parte di molti esponenti della classe politica, volto a creare ulteriori inaccettabili conflitti nella società, tra i territori e le comunità locali e accrescere l'ansia sociale e la paura;

inoltre in piena pandemia sanitaria da Covid-19, ove le amministrazioni locali cercano con grande fatica di corrispondere agli impegni in corso tra le assenze di personale per malattia e lo smart working, un periodo di soli 60 giorni per esprimere osservazioni sulla mole di documentazione tecnica e complessa, pubblicata da So.G.I.N. sul sito www.depositonazionale.it, si presenta estremamente ridotto ed insufficiente e diventa impraticabile lo svolgimento del seminario nazionale in presenza,

impegna il Governo:

1) ad adottare tutte le opportune iniziative, nell'ambito della leale collaborazione tra enti istituzionali, per porre rimedio alle carenze di informazione ufficiale intervenute e alla mancanza di una preventiva informazione delle regioni e degli enti locali in merito alle caratteristiche tecniche del proprio territorio, che lo hanno reso idoneo ad ospitare il deposito nazionale per il combustibile irraggiato e i rifiuti radioattivi e ad inserirsi nella Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi);

2) ad attivare la massima condivisione con i territori interessati e una strategia di effettivo coinvolgimento delle regioni in tutto il processo successivo per la scelta dei siti definitivamente idonei, da inserire nella Carta nazionale delle aree idonee (Cnai), e ad escludere qualsiasi imposizione ai territori di scelte di livello governativo centrale;

3) ad informare preventivamente il Parlamento sugli esiti della consultazione pubblica e sulle scelte dei Ministri interessati per la definitiva approvazione della Carta nazionale delle aree idonee (Cnai);

4) ad adottare iniziative per informare i cittadini sulla procedura tecnica fino ad oggi attivata per giungere alla redazione della Cnapi e sulle procedure che verranno attivate prossimamente per l'approvazione della Cnai e la scelta effettiva del sito per il deposito nazionale;

5) a promuovere iniziative di carattere normativo per prorogare i tempi a disposizione degli enti territoriali e soggetti interessati per la consultazione pubblica e lo svolgimento del seminario nazionale in presenza, almeno per sei mesi dalla cessazione dello stato di emergenza dovuta alla pandemia sanitaria per Covid-19;

6) nell'ambito della consultazione pubblica, ad informare gli enti territoriali sulle effettive e congrue compensazioni economiche e di riequilibrio ambientale e territoriale che dovranno essere assegnate ai territori che ospiteranno il deposito nucleare per tutto il periodo di giacenza di rifiuti nucleari, in aggiunta alle compensazioni ambientali che verranno previste nell'ambito della procedura di valutazione di impatto ambientale (Via);

7) allo scopo di evitare tensioni sociali, nell'ambito della consultazione pubblica e in accordo con gli amministratori locali, a valutare l'opportunità di adottare maggiore attenzione nel coinvolgimento della popolazione per l'individuazione definitiva nella Cnai dei siti in territori con alta densità abitativa o particolare vocazione agricola;

8) anche in seguito alla consultazione pubblica, ad approfondire promuovendo l'eliminazione delle proposte che eventualmente presentano distanze di un solo chilometro da strade, ferrovie e centri abitati, come risulta da alcuni criteri Ispra-So.G.I.N. esposti nelle premesse, e ad esplicitare la definizione di «adeguata» distanza dai centri abitati;

9) ad approfondire nell'ambito del seminario nazionale promuovendo l'esclusione delle proposte relative all'ubicazione dei siti nelle due isole maggiori che inevitabilmente richiederebbero trasporto di rifiuti radioattivi per via marittima o aerea, con alti profili di rischio;

10) ad approfondire nell'ambito del seminario nazionale promuovendo l'esclusione delle proposte che interessano aree prossime a siti definiti dall'Unesco «Patrimonio dell'umanità», come quello de «I Sassi e Parco delle Chiese Rupestri di Matera» o quello de «I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato», o quello di Pienza Val d'Orcia e alle relative «buffer zone».
(1-00414)

Camera dei Deputati

Lunedì 25 gennaio 2021

Discussione della mozione Molinari ed altri n. 1-00414 in materia di individuazione del deposito nazionale per il combustibile nucleare irraggiato e i rifiuti radioattivi.

(Discussione)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Molinari ed altri n. 1-00414 (Nuova formulazione) in materia di individuazione del deposito nazionale per il combustibile nucleare irraggiato e i rifiuti radioattivi (Vedi l'allegato A).

La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 22 gennaio 2021 (Vedi l'allegato A della seduta del 22 gennaio 2021).

Avverto che sono state presentate le mozioni Fregolent ed altri n. 1-00417 e Gelmini ed altri n. 1-00418 che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalla mozione all'ordine del giorno, verranno svolte congiuntamente. I relativi testi sono in distribuzione (Vedi l'allegato A).

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

È iscritto a parlare il deputato Durigon, che illustrerà anche la mozione Molinari ed altri n. 1-00414 (Nuova formulazione), di cui è cofirmatario.

CLAUDIO DURIGON (LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, in seguito all'emanazione del decreto interministeriale del Ministero dello Sviluppo economico e del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare del 30 dicembre 2020, la Sogin, la società statale incaricata dello smaltimento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, ha provveduto alla pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI), ai fini della realizzazione del deposito nazionale per il combustibile irraggiato e i rifiuti radioattivi. Con la pubblicazione della CNAPI si è aperta la fase che porterà all'individuazione del sito definitivo che ospiterà il deposito nazionale e il parco tecnologico tra le aree considerate idonee.

Nonostante la realizzazione della CNAPI sia stata prevista già da dieci anni e i criteri tecnici siano stati ben stabiliti da ISPRA nel 2014, il modo adottato dal Governo per la presentazione di una questione di massima delicatezza, come quella della realizzazione di un deposito nucleare, ha creato tensioni sociali e divisioni conflittuali della popolazione e rivolte da parte della cittadinanza e dei comuni coinvolti. Solo il 5 gennaio 2021 è apparso un comunicato stampa sul sito del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare che ha annunciato ufficialmente la notizia della pubblicazione della CNAPI da parte di Sogin e dell'avvio della consultazione pubblica, riportando il nulla osta del MISE e i riferimenti per tutte le informazioni sul sito appositamente indicato da Sogin: www.depositonazionale.it.

Tale comportamento dell'Esecutivo su un tema delicato e fortemente divisivo, come quello dei rifiuti nucleari, è stato giudicato dalla stampa pericoloso, arrogante e irresponsabile da parte di molti esponenti della classe politica, volto a creare ulteriori e inaccettabili conflitti nella società, tra i territori e le comunità locali e ad accrescere l'ansia sociale e la paura. Inoltre, in piena pandemia sanitaria da COVID-19, ove le amministrazioni locali cercano con grande fatica di corrispondere agli impegni in corso tra le assenze di personale per malattia e lo smart working, un periodo di soli 60 giorni per esprimere osservazioni sulla mole di documentazione tecnica e complessa pubblicata da Sogin sul sito www.depositonazionale.it.si presenta estremamente ridotto ed insufficiente e diventa impraticabile lo svolgimento del seminario nazionale in presenza.

Il territorio della Tuscia viene individuato nella CNAPI come il territorio con più zone idonee: per esattezza, 22 su un totale di 67 individuate sul totale del territorio nazionale. Tali siti saranno utilizzati anche per l'immagazzinamento a titolo provvisorio di lunga durata dei rifiuti ad alta attività e del combustibile irraggiato provenienti dalla pregressa gestione di impianti nucleari.

In raccordo con quanto riportato nella relazione illustrativa della guida tecnica n. 29, un sito ritenuto idoneo per la collocazione di un impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività, sulla base dell'applicazione di criteri di selezione delle caratteristiche chimico-fisiche, naturali e antropiche nei territori quali quelli individuati nella guida tecnica, può ritenersi idoneo, fatte salve le suddette verifiche, anche per la localizzazione di un deposito di stoccaggio a lungo termine.

Sulla relazione tecnica di Sogin risultano cinque siti classificati in categoria A1 per la provincia di Viterbo, ossia il massimo grado di priorità; eppure le amministrazioni comunali non sono state informate preventivamente delle prerogative del territorio. I cittadini del Lazio e della provincia di Viterbo non accetteranno a nessuna condizione che la Tuscia diventi una pattumiera di rifiuti nucleari, che arrechi ulteriori danni alla propria economia e alla salute dei cittadini. Vi è quindi l'impegno a far valere la totale contrarietà all'individuazione in una delle ventidue aree indicate nella CNAPI del sito di deposito nazionale per i rifiuti radioattivi e parco tecnologico, alla luce della vocazione dei territori sui quali dette aree dovrebbero emergere e dei danni che tale deposito arrecherebbe all'ambiente, alla salubrità e all'economia agricola e turistica di tutta la provincia di Viterbo.

Le scorie ad alto contenuto di radioattività richiedono tempi di isolamento, che oscillano, indicativamente, dai 300 anni a un milione di anni per raggiungere i livelli di radioattività comparabili a quelli ambientali. Ne deriva che il gravame nucleare sarebbe permanente e graverebbe anche sulle generazioni future per centinaia di anni.

Il Lazio e, soprattutto, la provincia di Viterbo, ha dato molto in fatto di strutture energetiche: ettari ed ettari di pannelli fotovoltaici, centrali termoelettriche, pale eoliche, senza contare che questa provincia ha incentrato la maggioranza della sua economia nel settore agricolo, con produzioni di eccellenze enogastronomiche e prodotti agricoli di qualità e, nel settore turistico, con un indirizzo sempre più green, grazie alle numerose riserve e alle caratteristiche uniche del territorio e del paesaggio. Nel territorio della Tuscia viterbese risultano presenti sorgenti e falde termali di importanza naturalistica e produttiva elevata, tali da scongiurarne in ogni modo la compromissione, anche nel rispetto del principio di conservazione per le generazioni future. Altri comuni elencati come possibilmente idonei ad ospitare il deposito hanno subito, nel corso degli anni, eventi sismici di grande rilievo.

Siamo profondamente contrariati che tali aree siano state individuate senza alcun confronto con le istituzioni locali dei comuni interessati e che, solo oggi, sindaci e cittadini abbiano appreso quelli che sono i piani del Governo per la provincia di Viterbo (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier). Il Governo e la regione dovrebbero tutelare la vocazione del territorio e della provincia viterbese, terra di eccellenze agroalimentari ed in cui sorgono numerose riserve naturali, parchi ed aree protette.

È necessario, dunque, adottare tutte le opportune iniziative, nell'ambito della leale collaborazione tra enti istituzionali, per porre rimedio alle carenze di informazione ufficiale intervenute e alla mancanza di una preventiva informazione delle regioni e degli enti locali in merito alle caratteristiche tecniche del proprio territorio, che lo hanno reso idoneo ad ospitare il deposito nazionale per il combustibile irraggiato e i rifiuti radioattivi e ad inserirsi nella Carta nazionale per le aree potenzialmente idonee.

Allo scopo di evitare tensioni sociali nell'ambito della consultazione pubblica, in un accordo con gli amministratori locali, è necessario adottare maggiore attenzione nel coinvolgimento della popolazione per l'individuazione definitiva della CNAPI, dei siti in territori ad alta densità abitativa o particolarmente con vocazione agricola; informare gli enti territoriali sulle effettive e congrue compensazioni economiche e di riequilibrio ambientale e territoriale che dovranno essere assegnate ai territori che ospiteranno il deposito nucleare per tutto il periodo di giacenza dei rifiuti nucleari, in aggiunta alle compensazioni ambientali che verranno previste nell'ambito della procedura di valutazione di impatto ambientale (VIA).

Presidente, noi chiediamo che quando si applicano alcune norme, alcune decisioni di notte, senza il coinvolgimento degli enti locali, questo Governo manca di rispetto alle istituzioni (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier) - vado a concludere - e manca di rispetto a quei cittadini e a quei territori, quindi chiediamo al Governo di tornare indietro e fare la giusta consultazione degli enti locali (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Giuseppina Occhionero, che illustrerà anche la mozione Fregolent ed altri n. 1-00417 di cui è cofirmataria.

GIUSEPPINA OCCHIONERO (IV). Grazie, Presidente. Ministro, colleghe e colleghi, con il decreto legislativo n. 31 del 2010, da dieci anni dettiamo la disciplina per l'individuazione del sito unico per la realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e dell'annesso parco tecnologico.

Da quella data, si sono susseguite negli anni una serie di disposizioni di integrazione e modifica del decreto legislativo di rango primario, fino ad arrivare a quelle regolamentari emanate dai Ministeri competenti - il Ministero dell'Ambiente, quello dello Sviluppo economico, anche quello della Difesa, per quanto riguarda la materia relativa ai rifiuti prodotti da questa amministrazione - e, poi, dagli organi tecnici preposti, a partire da quelli internazionali fino a quelli nazionali, prima fra tutte l'allora ISPRA, oggi ISIN, e infine la Sogin, che è la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi e che poi è anche la società che sarà chiamata a realizzare il deposito e a gestirlo fino al mantenimento in sicurezza.

Ci consenta però di dire, Presidente - per suo tramite anche al Ministro -, che il risultato di questo percorso non ci soddisfa pienamente, sia per i tempi biblici che hanno caratterizzato il percorso, sia per quanto riguarda l'elenco dei siti individuati dalla Sogin e validati con il nulla osta contenuto nel decreto interministeriale, sia per la procedura di consultazione pubblica che dovrebbe portare all'individuazione del sito definitivo. La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, la CNAPI, è solo il primo passo per realizzare il sito di stoccaggio in sicurezza delle scorie nucleari e dei rifiuti radioattivi, come richiesto dalla direttiva 2011/70 Euratom del Consiglio europeo. Quest'ultima, infatti, stabilisce che ogni Paese adotti un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi. La scadenza era l'agosto del 2015 e Italia, Austria e Croazia, non avendo rispettato i tempi, sono state sottoposte ad una formale procedura di infrazione.

Un'altra data da tenere a mente è quella del 2025, quando ritorneranno indietro i rifiuti e le scorie nucleari che per anni l'Italia ha indirizzato in Francia e in Gran Bretagna, dove sono state sottoposte a un riprocessamento. Per allora dunque l'Italia dovrà dotarsi di un deposito nazionale adatto ad ospitare tutto il materiale radioattivo. La tempistica stimata per realizzarlo varia dai 7 ai 10 anni e, anche per le caratteristiche di tale deposito, sarà praticamente impossibile osservare la scadenza indicata del 2025.

È proprio partendo da questi dati che dobbiamo cercare di fare un ragionamento più articolato, che parte da alcune considerazioni che riguardano anche il metodo. Ebbene, in relazione al metodo ci sono esempi in Europa molto più virtuosi a cui dovremmo ispirarci, perché sono più partecipativi e più condivisi e che avremmo dovuto, a nostro giudizio, avere come linea direttrice anche per il percorso seguito dal nostro Paese. Penso ad esempio alla Spagna, che ha ritenuto di separare i depositi, dividendoli tra quello adibito ai rifiuti ad alta e media attività e quello che deve ospitare i rifiuti a bassa attività. Riguardo a quest'ultimo, è stato già individuato un sito, mentre per la realizzazione di quello per i rifiuti a media e alta attività si è seguito un percorso estremamente più convincente, secondo noi, e diametralmente opposto a quello adottato da noi, e cioè sono state invitate le municipalità ad esprimere il loro interesse ad ospitare il deposito, sono stati garantiti vantaggi economici e, tra le municipalità che ne avevano fatto richiesta, si è scelto un sito stabilito che per i prossimi sessant'anni ospiterà i rifiuti, fino poi alla realizzazione del deposito di profondità, per cui la Spagna ha già avviato molto in anticipo la ricerca del sito. Dunque un procedimento che parte dal basso. Il nostro deposito unico, invece, ad oggi prevede lo stoccaggio nel medesimo sito di rifiuti radioattivi, oggi stoccati all'interno di decine di depositi temporanei presenti nel nostro Paese, prodotti dall'esercizio e dallo smaltimento degli impianti nucleari che non sono certo a bassa intensità, ma anche di quelli derivanti dalle quotidiane attività di medicina nucleare, di ricerca, di industria, che hanno un'altra caratteristica: sono molto più facili nella gestione degli stessi. Dunque il risultato sarà un “mostro” di 150 ettari, che comprenderà il deposito nazionale, le aree di rispetto, gli impianti per la produzione delle celle e dei moduli, l'impianto per il confezionamento dei moduli, gli edifici per il controllo della qualità, analisi radiochimiche per i servizi a supporto dell'attività, oltre al parco tecnologico, il tutto ricoperto da una collina artificiale impermeabile.

Al di là delle valutazioni tecniche sull'impianto, su cui non voglio entrare, certo vale la pena ricordare però che le opere da realizzare relative ai rifiuti ad alta e media attività saranno comunque transitorie, in quanto tali rifiuti solo in via provvisoria verranno stoccati presso il sito unico e poi successivamente dovranno essere trasferiti in un deposito geologico idoneo alla sistemazione definitiva, sulla cui localizzazione - e anche sulle caratteristiche - siamo come dire ancora in alto mare. Ebbene, dopo dieci anni di attività istruttoria, dopo che sono stati definiti e individuati i criteri che i siti candidati avrebbero dovuto avere, dopo che un elenco risulta essere stato presentato da Sogin dal 2015 e secretato dal Ministero, si decide - e lascio all'Aula le più ampie a valutazioni - di concedere il nulla osta durante la vigilia di San Silvestro, in piena emergenza pandemica. Come si possa pensare poi di avviare la consultazione pubblica, che ha tempi predefiniti, criteri fissati, che prevede anche la possibilità di fare sopralluoghi e rilievi, di acquisire documenti e cartografie in scala, con in atto le restrizioni dovute al contenimento della diffusione del virus da COVID-19, francamente non riesco a capire. In una fase difficilissima in cui si trovano tutti i soggetti che dovrebbero e potrebbero proporre osservazioni all'elenco pubblicato da Sogin, in un momento in cui i comuni, gli enti, le Regioni, hanno il personale che lavora in smart working, in un momento in cui sono vietati o comunque sconsigliati gli spostamenti a tutti i soggetti istituzionali e associazionistici che sono impegnati nella battaglia contro il virus, avviare la consultazione di un elenco, che tra l'altro, al di là del metodo con il quale si è arrivati a redigerlo, presenta anche criticità importanti, diventa veramente complicato, anche se si tiene conto che nei prossimi quattro mesi è stato previsto un seminario in presenza che dovrebbe coinvolgere tutti i soggetti interessati.

A quanto fin qui esposto si aggiunga che risulta anche poco chiaro il processo che, a partire dall'elenco del 2015, ha portato al nulla osta e alla relativa successiva pubblicazione. Il risultato è un documento diviso in livelli di preferenza, che prevede 67 aree, su molte delle quali davvero non si comprende come i 25 criteri contenuti nella guida tecnica redatta dall'allora ISPRA siano stati recepiti e interpretati. E dico questo perché, se da un lato risulta che sono idonee alcune aree che di fatto in realtà compaiono ad esempio tra le categorie ad alto pregio agricolo, come la Carmagnola, o ad elevata pericolosità sismica, come l'Alessandrino, o addirittura aree adiacenti ai siti UNESCO, come Pienza e Val d'Orcia, dall'altro lato ci sono comunità locali che hanno dato la disponibilità alla candidatura che non risultano presenti nella carta e sono state escluse. E poi si pensi pure che ci sono addirittura, tra i siti individuati dalla CNAPI, alcuni definiti “patrimonio dell'umanità”. Faccio per esempio riferimento al sito dei Sassi e Parco delle Chiese rupestri di Matera, città capitale della cultura nel 2019, sul cui territorio sono stati anche fatti degli ingenti investimenti in termini di restauro di beni culturali, di infrastrutture, di riqualificazione del territorio, che verrebbero ovviamente vanificati qualora il sito unico dovesse incidere su tale territorio. E poi ci sono province italiane, come ad esempio Alessandria, in cui si condensano ben sei siti, quasi tutti in fascia A 1, o quella del viterbese, come è stato anche già detto, nel Lazio, con Montalto di Castro, Ischia di Castro, Tuscania, Tarquinia, Corchiano, Vignanello e Soriano nel Cimino. Strana appare anche la scelta di ubicare i siti nelle isole della Sardegna e della Sicilia, anche perché la scelta sembra contrastare con il criterio dell'efficacia delle vie di comunicazione primarie e delle infrastrutture di trasporto; non è chiaro se i siti sardi e siciliani fossero già nell'elenco della CNAPI del 2015 o siano stati integrati successivamente - e non si capisce quali sono state le procedure di integrazione. Poi ci sono altri criteri disattesi, ad esempio le distanze dei siti dalle autostrade e dalle Ferrovie; non è ben chiaro quale sia la distanza adeguata che si è presa a parametro dei centri abitati più vicini. In tutto ciò vengono di contro totalmente ignorate le richieste di diverse comunità territoriali - comuni, enti locali - che avrebbero avanzato la candidatura, come dicevamo prima, per la realizzazione proprio del sito unico e che, senza motivo, sono state escluse. Ora, come si è ricordato, la CNAPI proviene da un percorso istruttorio molto complesso; siamo davvero certi che per tutti i motivi finora detti i 67 siti siano davvero gli unici ad avere queste caratteristiche e che magari non ce ne possano essere altri ancora migliori di quelli individuati? Ebbene noi, con la nostra mozione, vorremmo proprio avere delle risposte certe in merito a questi interrogativi che ci stiamo ponendo e che abbiamo avanzato già in diverse occasioni. È fondamentale dunque in primo luogo, secondo noi, rallentare anche il processo di consultazione pubblica sulla CNAPI. Non possiamo infatti tollerare in alcun modo che proprio coloro che vengono coinvolti direttamente e quindi i territori, oltre a tanti cittadini e quindi tutte le istituzioni, non siano messi nelle giuste condizioni di dialogare rispetto a temi così importanti e fondamentali e che si vedano compressi i tempi appunto della discussione proprio perché siamo anche in piena emergenza pandemica.

In ragione di ciò è indispensabile quindi prorogare i tempi della consultazione e parallelamente avviare un percorso normativo che consenta anche di rivedere la CNAPI, individuando dei criteri che partano dal basso attraverso le candidature delle comunità locali, in modo tale da poter coniugare le aspirazioni dei territori e le criticità di alcuni di essi anche tenendo conto delle limitazioni imposte dalla pandemia che ci sta comunque assalendo. Le decisioni vanno prese, dunque, in maniera condivisa e collegiale: basta con questi rigurgiti centralistici dei processi; è necessario invertire la rotta. Noi riteniamo che, fino ad ora, gli atti ad oggi compiuti non vadano proprio in questa direzione e non possiamo non ascoltare l'allarme che lanciano territori e associazioni; l'urlo e l'indignazione delle istituzioni, dei cittadini, tutti i dubbi sulla Carta, sui criteri adottati, sulla loro interpretazione, e sulle candidature, invece, di quelle comunità che vorrebbero ospitare il deposito e che quindi meritano il dovuto ascolto.

Siamo già, per altri motivi noti, in un momento molto difficile e particolare. Affrontiamo tutti i giorni le sfide del virus e, pertanto, credo che dobbiamo evitare ulteriori momenti di tensione e di conflittualità. Dunque, si è messo in piedi un processo che parte da un censimento di siti idonei, o presunti tali, redatti in una maniera centralistica, attraverso un'applicazione quantomeno discutibile di criteri non aggiornati. Dobbiamo quindi necessariamente cambiare passo: lo dobbiamo ai territori interessati dalla Carta attuale e a quelli che vorrebbero esserne parte, lo dobbiamo ai nostri figli, ai figli dei nostri figli e ancora ai loro figli, perché questo deposito avrà certamente una convivenza con noi e con i territori per almeno tre secoli.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Carlo Giacometto, che illustrerà anche la mozione Gelmini ed altri n. 1-00418 di cui è cofirmatario.

CARLO GIACOMETTO (FI). Grazie, Presidente Rampelli. Intanto, sottosegretario Morassut, una premessa: noi rivendichiamo, come Forza Italia, il percorso che è stato individuato con il decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31. A undici anni di distanza sappiamo che quella è una modalità che ci consente di risolvere una vicenda che per troppi anni i Governi che nel frattempo si sono succeduti hanno portato avanti. Il Governo Renzi nel 2015 non ha pubblicato la Carta, che peraltro scopriamo da un'interrogazione parlamentare era stata affidata ai Ministeri competenti dello Sviluppo economico e dell'Ambiente il 20 luglio di quell'anno, cioè del 2015; i Governi successivi, Gentiloni e Conte 1, non hanno ritenuto di dover dare corso a questa procedura. Lo rivendichiamo perché questa decisione di identificare un deposito unico nazionale risolve, risolveva - mi verrebbe da dire, avrebbe dovuto risolvere, anzi - una questione che riguarda, per esempio, 19 depositi temporanei che sono presenti nel nostro Paese da tanti anni, almeno dal 1987, cioè da quando l'Italia ha abbandonato la scelta nucleare per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento energetico. Queste 19 aree temporanee, cosiddette, si trovano lungo tutto il nostro Stivale; molte si trovano nella mia regione, in Piemonte, e, al momento, detengono circa - se non ricordo male - 30 mila metri cubi, in termini volumetrici, di materiale radioattivo o derivante dal decomissioning da parte delle centrali nucleari che avevamo in Italia (le quattro centrali). In realtà, però, il fatto di misurare in termini di metri cubi il rifiuto nucleare è una modalità che non è così corretta, perché sappiamo che a livello internazionale è l'indice di radioattività, invece, che misura la pericolosità di un materiale o meno. In questo caso si parla di gigabecquerel, che in Italia sono circa 3,1 milioni, dei quali - lo dico da piemontese - 2,3 milioni in Piemonte in questo momento; di questi 2,3 milioni di gigabecquerel, cioè l'indice di radioattività del materiale rifiuto nucleare, 2 milioni e 260 mila si trovano in un solo sito in Piemonte, cioè il sito EUREX di Saluggia, in provincia di Vercelli. Allora, come piemontese, il fatto che oggi, finalmente, sottolineando le inadempienze dei Governi che si sono succeduti, ci sia l'inizio di una procedura che identifichi un deposito unico nazionale, da piemontese, è un fatto positivo in sé, perché è noto a quelli che conoscono la geografia della mia regione, che quella localizzazione, ancorché temporanea da troppi anni, è una localizzazione del tutto insicura dal punto di vista, per esempio, alluvionale. Si trova, infatti, nei pressi del fiume Dora Baltea, in un'area esondabile, che nel 2000, peraltro, ricevette un'esondazione da parte della Dora; nei pressi di quello stabilimento EUREX di Saluggia si trovano le falde che alimentano i pozzi dell'acquedotto del Monferrato, che è un acquedotto che serve circa 110 comuni del Piemonte, che sono circa il 10 per cento del complessivo dei comuni piemontesi (principalmente della provincia di Asti e Alessandria, ma anche della provincia di Torino). Pertanto, il fatto che quella localizzazione, appunto temporanea, sia stata mantenuta per troppi anni in quel territorio deve trovare evidentemente una soluzione.

Noi, quindi, in Piemonte, tra le 67 aree che sono state identificate dalla CNAPI, ne abbiamo otto; di queste, due nella città metropolitana di Torino e sei in provincia di Alessandria; le altre si trovano tra Lazio e Toscana (24 se non ricordo male); poi ci sono Basilicata e Puglia (18), mentre altre 18 sono tra Sicilia e Sardegna. Tra l'altro - anche questo assunto è stato sottolineato da chi mi ha preceduto - non si capisce come Sicilia e Sardegna possano essere state introdotte all'interno di questa CNAPI, viste anche le difficoltà dal punto di vista dei trasporti che eventualmente dovremmo affrontare, o dovreste affrontare, nell'ambito di un trasferimento di materiale presso quei siti. Quindi, la prima domanda che ci poniamo oggi è se, dal 2015, cioè da quando il 20 luglio venne comunicato ai Ministeri allora competenti - e oggi anche competenti - dell'Ambiente e dello Sviluppo economico, sia cambiato qualcosa in Italia. In questi sei anni - quasi - evidentemente molti dei territori che sono stati individuati nell'attuale Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee hanno avuto delle evoluzioni. Molti di quei territori - parlo per esempio di quelli che conosco più direttamente - hanno fatto, attraverso i loro enti locali, grandi politiche di marketing territoriale, e anche questo è stato citato (Carmagnola); si potrebbe parlare delle terre dell'Erbaluce del Calusiese, del Canavese; si potrebbe parlare degli investimenti che sono stati fatti nella zona dell'Alessandrino, ai margini con il Monferrato e le Langhe.

Quindi, questi investimenti, che sono stati fatti dal 2015 a oggi, ma anche precedentemente, con grande difficoltà da enti locali, che spesso sono senza risorse, devono evidentemente entrare in una valutazione complessiva per identificare e arrivare al termine di questo processo. La seconda domanda, che poi è anche uno degli impegni che noi abbiamo voluto introdurre nella mozione che tra l'altro cercherò poi di illustrare - la n. 1-00418, se non ricordo male - è se, attraverso questo lavoro che a quanto sappiamo si è svolto dal 2010 al 2015, sia stata fatta anche una valutazione delle aree militari dismesse o di quelle in via di dismissione, oppure se sia stata fatta una valutazione delle aree industriali che - molte sono ormai dismesse - che quindi potrebbero eventualmente rientrare nella procedura.

Questo, evidentemente, lo chiediamo non per accelerare i termini ma, anzi, affinché all'interno della procedura identificata con il percorso iniziato il 5 gennaio ci sia anche una valutazione successiva e ulteriore rispetto ad alcune aree che potrebbero tornare in gioco.

Noi riteniamo che questa verifica debba essere fatta, senza che ciò corrisponda ad uno stop alla procedura iniziata.

Per quanto riguarda la nostra mozione, noi ci muoviamo attraverso alcuni obiettivi di fondo. Il primo è quello della trasparenza e della pubblicità. Ci piacerebbe che tutti i documenti che sono stati pubblicati sul sito e che sono disponibili, siano diffusi in maniera precisa sul sito e corrispondano esattamente a quello che c'è a disposizione di chi dovrà iniziare il percorso di consultazione di questo dibattito pubblico che parte attraverso la procedura dei 60 giorni; ciò perché ci siamo resi conto, dal giorno 5 di gennaio, che qualcosa è cambiato, sono stati via via implementati e, quindi, riteniamo che quella sezione dedicata del sito ‘deposito nazionale' debba essere aggiornata e implementata con tutto il materiale che, per esempio, è presente nelle sedi Sogin.

Riteniamo, poi, che sia necessario tenere costantemente aggiornate le Commissioni parlamentari competenti sulla procedura in atto. Si tratta, poi, sempre in termini di conoscenza dei criteri che sono stati alla base della identificazione delle aree, di chiarire esattamente cosa significhi una distanza “adeguata” dai centri abitati, perché nel criterio 12, se non ricordo male, viene citato questo aggettivo per definire quale sia la distanza minima, per esempio, dai centri abitati, ma “adeguata” è una dicitura che noi vorremmo in qualche modo specificare con un numero - 1 chilometro, 3 chilometri - perché, evidentemente, se noi mettessimo questa distanza, per esempio, a 2 chilometri, molte delle aree identificate, per esempio, in Piemonte potrebbero essere escluse.

Per quanto riguarda, poi, il coinvolgimento delle amministrazioni locali, è stato detto anche qui, la procedura è partita con la pubblicazione il 5 gennaio, in piena pandemia, in pieno periodo festivo; evidentemente è necessario avviare fin da subito tutte le iniziative che siano utili a rendere alle amministrazioni locali e alle amministrazioni territoriali, come alle regioni, tutte le informazioni utili rispetto a questa scelta, anche perché ciò servirebbe anche a togliere temi, dal punto di vista demagogico, che evidentemente non ci appartengono.

Poi abbiamo un obiettivo di salvaguardia delle aree oggi compromesse, lo dicevo all'inizio del mio intervento, in particolare il sito Saluggia, ma ce ne sono anche altri. Quindi, noi chiediamo nella nostra mozione che siano definiti in maniera puntuale le modalità, i tempi e le risorse, che siano certe, per la chiusura definitiva di questi siti temporanei, questi 19 siti di cui parlavo in precedenza, perché troppi anni sono passati rispetto alla loro entrata in esercizio e, quindi, c'è la necessità, nell'ipotesi di percorrere la strada che ci porterà ad identificare il deposito unico nazionale, di dare una risposta a quelle comunità locali, che, per troppi anni, hanno avuto sui loro territori questo tipo di rifiuti.

E poi un obiettivo di equità sul tema più generale delle compensazioni, che sono definite, come sappiamo, dal decreto-legge n. 314 del 2003. Oggi quelle compensazioni economiche vengono erogate sulla base di un criterio di confine amministrativo e questo, evidentemente, favorisce molto alcuni e sfavorisce altri. Probabilmente, sarebbe il caso di introdurre anche sulle compensazioni del passato, e su quelle del futuro evidentemente a maggior ragione, una dicitura diversa, cioè lavorare sul concetto di distanza chilometrica, rispetto a quello di confine amministrativo, perché questo ci consentirebbe di essere, appunto, più equi nella suddivisione delle risorse economiche compensative che vanno spesso ad enti locali che sono di piccole dimensioni e che, quindi, hanno delle grosse difficoltà di bilancio.

E sempre sul tema delle compensazioni, riteniamo che sia utile sottolineare una maggiore celerità nell'erogazione di quelle maturate nel passato. Sappiamo che recentemente il CIPE ha erogato quelle del 2018 e 2019, ma sappiamo anche che queste risorse sono state ridotte al 30 per cento e vi è una procedura amministrativa in atto che sta vedendo lo Stato soccombente e che, quindi, dovrà, probabilmente, integrare rispetto al totale delle somme che lo Stato deve a questi enti locali.

Sempre sul tema delle risorse, è necessaria, anche per definire l'esito positivo di questa procedura, una quantificazione immediata delle risorse e dei benefici economici per gli enti locali e le comunità residenti nel territorio che ospiterà il deposito nazionale.

Infine, un obiettivo di metodo che è adeguato nell'approcciare questo dossier con i territori: la nostra non è la volontà di mettere in discussione un percorso, ma è evidente che aver fatto partire i sessanta giorni, che dovranno poi servire a consultare stakeholder locali, istituzioni, sindacati, il mondo dell'impresa, associazioni ambientaliste, associazioni di cittadini interessati, questi sessanta giorni, avendo come decorrenza il 5 di gennaio in pieno periodo pandemico, evidentemente dovranno trovare un loro ampliamento. E allora noi, all'interno di questa nostra mozione, ma anche con gli emendamenti che presenteremo al decreto di proroga termini, chiediamo che i sessanta giorni, e quindi l'inizio della procedura, decorrano dal giorno in cui finisce lo stato pandemico. Il Governo recentemente, credo il 15 gennaio, ha ampliato i termini dello stato di emergenza fino al 30 di aprile: noi chiediamo che i sessanta giorni decorrano dal giorno successivo. A quel punto, dopo i sessanta giorni in cui si potranno fare le consultazioni, se lo stato di emergenza, evidentemente, dovesse venire eliminato, a quel punto ci saranno tutti i tempi e i modi per fare quelle consultazioni che servono, per arrivare poi ai quattro mesi successivi, che dovranno terminare col seminario nazionale, e quindi la scelta definitiva per i quattro anni successivi, che sono quelli previsti per la costruzione del deposito, il quale, ricordo, è un deposito fatto per ospitare 78 mila metri cubi di volume di rifiuti nucleari, 90, celle se non ricordo male, 150 ettari, è stato detto, di cui 110 dedicati al deposito e 40 per il parco tecnologico, che dovrebbe, così c'è scritto, garantire per gli anni successivi un migliaio di posti di lavoro, diretti e indiretti, per il territorio che lo ospita e che, quindi, avrà anche un impatto importante dal punto di vista anche visivo. Noi non siamo evidentemente mai stati, né lo siamo oggi, colti dalla sindrome del not in my back yard, la cosiddetta sindrome NIMBY, e quindi non crediamo che le nostre richieste, che sono puntualmente identificate all'interno della nostra mozione, abbiano un atteggiamento dilatorio; anzi, noi riteniamo che si debba evidenziare quali possano essere le migliorie in un percorso che oggi, nel 2021, evidentemente, sconta una situazione generale diversa rispetto a quella del 2010. Se nel 2010 aveva senso immaginare un percorso lineare in una situazione “normale”, oggi, anno 2021, in piena pandemia, è chiaro che tutti quei tempi debbano essere quantomeno ripensati per coinvolgere direttamente i cittadini e non dare ai cittadini la sensazione che questa scelta sia stata effettuata in un periodo di distrazione, in modo da evitare le eventuali proteste. Non siamo neanche quelli che demonizzano questo tipo di impianti, perché riteniamo che demonizzarli significherebbe, evidentemente, far fallire il percorso che Forza Italia, attraverso, per esempio, il Ministro Prestigiacomo, nel 2010, fu tra quelli a voler introdurre nel nostro ordinamento con il decreto legislativo n. 31. Pertanto, il nostro obiettivo, sottosegretario e Governo, è quello di organizzare un percorso ordinato, che ci consenta di raggiungere l'obiettivo, per le cose che ho detto prima, perché ci sono regioni come la mia, il Piemonte, che da troppi anni il deposito unico nazionale di fatto ce l'hanno già: il 75 per cento, secondo l'indice di radioattività, come dicevo poc'anzi, è in Piemonte da troppi anni.

E quindi riteniamo che questo percorso debba arrivare ad una conclusione, certamente per evitare la procedura di infrazione a livello europeo, che poi credo che sia il motivo per cui vi sia stata questa accelerazione improvvisa, ma certamente per rendere al nostro Paese un deposito nazionale idoneo sicuro sia dal punto di vista ambientale, sia dal punto di vista della sicurezza nazionale (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Giovanni Vianello. Ne ha facoltà.

GIOVANNI VIANELLO (M5S). Presidente, onorevoli colleghi, sottosegretario Morassut, il tema del nucleare ha sempre destato attenzione e preoccupazione sia nelle istituzioni che nella popolazione. In questa sede occorre ricordare che in Italia la produzione di energia elettrica da fonte nucleare risale ai primi anni Sessanta, e nel 1966 il nostro Paese figurava come il terzo produttore al mondo dopo gli Stati Uniti d'America e l'Inghilterra. In definitiva le centrali elettronucleari, che sono state tutte quante monoreattore, completate ed entrate in funzione in Italia furono quelle di Borgo Sabotino a Latina, Sessa Aurunca a Garigliano, nel Casertano, Trino nel Vercellese e Caorso nel Piacentino.

La sicurezza degli impianti nucleari divenne una preoccupazione crescente già alla fine degli anni Settanta, sulla scia dell'incidente nucleare del 1979 a Three Mile Island, in Pennsylvania: tanto che l'inizio dell'esercizio commerciale dell'impianto di Caorso, nel Piacentino, fu posticipato al fine di provvedere ad alcuni aggiornamenti ai sistemi di sicurezza. Nel 1982 l'impianto di Sessa Aurunca nel Casertano venne fermato per un guasto e, a seguito di valutazioni sull'antieconomicità delle riparazioni, venne spento. Il 6 gennaio 1982 ad Avetrana si svolse la prima grande manifestazione contro il nucleare. In quegli anni, infatti, il Piano energetico nazionale aveva previsto la costruzione in Puglia di due fonti energetiche: a Brindisi la megacentrale a carbone e nel Tarantino, a Manduria ma più vicino ad Avetrana, una centrale nucleare. Contro tale ipotesi si schierarono subito tutte le forze politiche di Avetrana e i movimenti ambientalisti della provincia; i politici manduriani però si presentarono divisi e con molti dubbi rispetto alla scelta del nucleare. Ma se a livello locale la politica si divise, a livello regionale e nazionale, seppur con sfumature diverse, i partiti esprimevano giudizi generalmente positivi sul nucleare. I sindacalisti, allora favorevoli al nucleare, ignorarono i rischi ambientali, rivendicando esclusivamente posti di lavoro nelle centrali solo per i cittadini locali; rivendicare lavoro dove non c'è sicurezza né tutela ambientale è un terribile leitmotiv che sembra sussistere ancora oggi, ma in altre vertenze. Grazie a quella, e non solo a quella mobilitazione, la centrale non venne mai costruita.

Il disastroso incidente di Chernobyl del 1986 svegliò ulteriormente le coscienze degli italiani e portò a indire l'anno successivo tre referendum nazionali sul settore elettronucleare. In tale consultazione popolare circa l'80 per cento dei votanti si espresse a favore delle istanze portate avanti dai promotori, che, seppur non prevedessero espressamente la chiusura delle centrali nucleari, sono state comunque un segnale politico forte e chiaro della volontà del popolo italiano contro questo tipo di produzione di energia, altamente rischiosa e insostenibile. A seguito di questo referendum, il Governo italiano decise di fermare l'impianto di Latina e, nel 1990, venne presa anche la decisione definitiva di disattivare gli impianti di Trino e Caorso.

È stata una vittoria ambientalista su tutti i fronti, che ha fatto esprimere un sospiro di sollievo agli italiani; ma la partita del nucleare non si concluse allora. Infatti l'incubo nucleare ritornò circa vent'anni dopo, con il Governo Berlusconi IV che emanò norme per favorire la produzione di energia elettrica nucleare in Italia, e per questo l'allora Ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola dichiarò in tal senso di voler costruire 10 nuovi reattori per coprire il 25 per cento del fabbisogno nazionale. L'allora AD di ENEL Fulvio Conti dichiarò inoltre che, per poter rassicurare gli investitori che avrebbero anticipato i capitali necessari, sarebbe stata necessaria una soglia minima garantita nelle tariffe di vendita dell'energia elettrica analoga ai prezzi incentivanti, i cosiddetti CIP 6 pagati nelle bollette.

Il 9 aprile 2010 il partito politico Italia dei Valori ha presentato una proposta di referendum sul nuovo programma italiano. Da ricordare che i sostenitori del nucleare non erano soltanto al Governo: infatti il 27 luglio 2010 nacque il Forum nucleare italiano, favorevole alla ripresa del dibattito pubblico sullo sviluppo dell'energia nucleare in Italia; il primo presidente è stato Chicco Testa, oggi assiduo sostenitore degli inceneritori. I 19 soci fondatori erano diverse aziende e associazioni di impresa, sindacati e società di consulenza, i cui campi di attività e ricerca riguardavano lo sviluppo dell'energia nucleare per uso pacifico: Alstom Power, Ansaldo Nucleare, Areva, Confindustria, E.ON Italia, EDF, Edison, ENEL, Federprogetti, FLAEI-CISL, GDF Suez, Sogin, Terna, UILCEM e Westinghouse. Il budget del Forum nucleare italiano per il secondo semestre 2010 è stato di 7 milioni di euro, e la sua prima campagna pubblicitaria è stata giudicata una comunicazione commerciale ingannevole ai sensi del codice dell'autodisciplina della comunicazione commerciale. Di contro, una grandissima mobilitazione popolare, la quale si aggiunse, come coro di indignazione e protesta civile contro il nucleare, anche a quella sui referendum promossi dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua contro le norme privatizzatrici del servizio idrico integrato.

L'11 marzo 2011 in Giappone, a seguito di un'importante terremoto e del conseguente tsunami, un nuovo spaventoso incidente nucleare scoppiò a Fukushima, classificato a livello 7 della scala Ines, scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici, ossia come catastrofico, esattamente come Chernobyl. Di fronte a tale nuovo disastro il Governo Berlusconi provò, con una serie di modifiche legislative, a rimandare la legalizzazione delle centrali nucleari in Italia in vista di nuove evidenze scientifiche sulla sicurezza del nucleare. Taluni commentatori dichiararono che quello fu un maldestro tentativo da parte del Governo di centrodestra per disinnescare il referendum; tuttavia la Corte di cassazione il 1° giugno 2011 decise di confermare ugualmente la consultazione referendaria, formulando però il quesito sulla nuova proposta normativa. L'11 giugno 2011, con un quorum di circa il 54 per cento dei votanti e una maggioranza di oltre il 94 per cento, le norme inerenti il ritorno al nucleare in Italia vennero abrogate, determinando quindi la chiusura definitiva del nuovo programma nucleare per il nostro Paese: risultato di cui vado particolarmente orgoglioso, essendomi speso in prima persona per arrivare anche a questo successo referendario.

Chiuso con un grande sospiro di sollievo il capitolo delle centrali da costruire, rimane tuttora irrisolto il problema del decommissioning, ossia lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e lo smaltimento dei relativi rifiuti radioattivi in esse contenuti, le scorie prodotte fino ad oltre trent'anni fa dalle stesse centrali. Questo perché a quei rifiuti radioattivi occorrono centinaia, migliaia di anni per ridurre e perdere la loro pericolosità. Fate attenzione: lo smaltimento delle scorie nucleari è stato sempre uno degli argomenti che i favorevoli al nucleare hanno evitato di affrontare, perché è proprio su questo punto che il nucleare si rivela antieconomico e decisamente pericoloso. Un'eredità frutto di scelte sbagliate del passato, che ora dobbiamo affrontare in modo determinato e condiviso con i territori, con l'obiettivo non solo di un corretto stoccaggio in sicurezza dei rifiuti, ma anche di mettere in sicurezza i numerosi siti che attualmente ospitano i rifiuti radioattivi.

Grazie allo stop che i cittadini italiani hanno decretato per ben due volte alla scelta di continuare a utilizzare le centrali nucleari, l'Italia ha avuto una produzione di scorie notevolmente inferiore rispetto ai Paesi che invece hanno scelto di continuare a impiegare l'energia nucleare. Ad esempio, in Francia il deposito di superficie di La Manche è stato riempito, raggiungendo così la fase di chiusura nel 1994, dopo decine d'anni di operatività, con circa 500 mila metri cubi di rifiuti a bassa attività. L'attiguo deposito ospita i rifiuti a molto bassa attività in apposite tranche, e dal 1992 si è aggiunto il deposito di L'Aube, progettato per ospitare 1 milione di metri cubi di rifiuti della stessa categoria.

Oltre alle scorie delle centrali nucleari, occorre stoccare in maniera definitiva anche quelle che vengono prodotte dalla medicina nucleare, nelle applicazioni diagnostiche, nelle applicazioni terapeutiche e dalle attività di ricerca in medicina nucleare; ma anche quelle utilizzate in campo industriale, nella gammagrafia industriale, nell'irraggiamento e nella radiometria, dove l'impiego della radioattività avviene principalmente attraverso le sorgenti sigillate. Lo stoccaggio dei rifiuti a bassa e media attività, nonché la gestione di quelli ad alta radioattività, non crea problemi solo dal punto di vista ambientale, ma è causa anche di ingenti costi che attualmente vengono scaricati nelle bollette elettriche che pagano i cittadini italiani, attraverso la voce “oneri di sistema”, in cui è prevista anche una compensazione economica per i territori che ospitano i vari siti temporanei: che, ribadisco, non sono adatti a uno stoccaggio definitivo. Per questo dal 2012 al 2016 sono stati erogati ben 1,7 miliardi di euro alla Sogin provenienti dalle bollette dei cittadini italiani; la Sogin ha appunto il compito di eseguire il decommissioning, ma ovviamente fino a quando i rifiuti radioattivi rimarranno nei vari siti sparsi in Italia non potrà mai essere conclusa questa importante e delicata fase.

Né i depositi temporanei né i siti che li ospitano sono idonei alla sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi: infatti i depositi temporanei presenti nelle installazioni nucleari italiane attualmente in fase di smantellamento sono strutture con una vita di progetto di circa cinquant'anni. In Italia i centri che producono e/o detengono rifiuti radioattivi sono circa 19.

Per volume e livello di radioattività dei rifiuti prodotti, i principali centri sono i siti nucleari in fase di smantellamento, sono le ex quattro centrali nucleari, quella di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, l'impianto di fabbricazioni nucleari di Bosco Marengo, ad Alessandra, e i tre impianti di ricerca sul ciclo del combustibile di Saluggia, sempre nel Vercellese, Casaccia, a Roma, e a Rotondella (Matera). Queste installazioni, insieme al reattore Ispra-1 situato nel complesso del Centro comune di ricerca (CCR) della Commissione europea di Ispra (Varese), sono state affidata a Sogin, che ne cura il decommissioning e gestisce, quindi, circa 15 mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. Sette centri di ricerca nucleare (ENEA Casaccia, CCR Ispra, Deposito Avogadro, LivaNova, CeSNEF-Centro energia e studi nucleari Enrico Fermi, Università di Pavia, Università di Palermo), tre centri del servizio integrato in esercizio (Nucleco, Campoverde e Protex), un centro del servizio integrato non più attivo, l'ex Cemerad a Statte in provincia di Taranto, che ospita ancora fusti radioattivi e non radioattivi che attendono di essere trasferiti dalla Sogin. In particolare, secondo l'Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi dell'ISIN, al 2018 in termini di attività, in Piemonte è stoccata la maggiore quantità di rifiuti radioattivi a livello nazionale, circa il 73,53 per cento; in Campania il 12,3 per cento; in Basilicata l'8,86 per cento; in Lombardia il 3,3 per cento; nel Lazio l'1,89 per cento; infine, in Puglia lo 0,001 per cento. In termini, invece, di attività di combustibile nucleare irraggiato, il Piemonte ne detiene sempre l'83,78 per cento, la Lombardia l'11,87, la Basilicata il 4,23 e il Lazio lo 0,12 per cento.

Significativi, per la loro numerosità sul territorio nazionale, sono i centri di medicina nucleare, fra cui gli ospedali. Queste strutture trattengono la maggior parte dei rifiuti radioattivi che producono fino al loro completo decadimento, per poi smaltirli come rifiuti convenzionali. La restante parte viene conferita agli operatori del servizio integrato, il sistema di raccolta e gestione dei rifiuti radioattivi sanitari e industriali, che provvedono al loro stoccaggio nei propri depositi temporanei in attesa, previo trattamento e condizionamento, del conferimento al deposito nazionale. Mantenere i rifiuti radioattivi in queste strutture non solo determina un costo spropositato scaricato sulle bollette elettriche dei cittadini, ma rappresenta anche un rischio ambientale soggetto a eventi meteoclimatici e sismici. Ad esempio, in occasione dell'alluvione del Po del 2000, che causò anche l'esondazione della Dora Baltea, un affluente del Po, l'acqua straripante dal fiume arrivò ad allagare i siti nucleari nel Vercellese. Il Nobel per la fisica Carlo Rubbia, all'epoca presidente dell'ENEA, parlò di catastrofe planetaria sfiorata. Nel 1994 fu la centrale di Trino a essere danneggiata da un'altra alluvione. Desta preoccupazione nella popolazione l'accertamento dell'inquinamento di sostanze cancerogene delle falde a Rotondella, dove è presente l'ITREC, per la quale diverse conferenze dei servizi stanno cercando di individuare la sorgente di questa contaminazione. Per tutti questi motivi occorre trovare il prima possibile una soluzione definitiva ai rifiuti radioattivi.

Non è la prima volta che l'Italia sta affrontando il problema del deposito dei rifiuti radioattivi. Ci aveva provato nel 2003 il Governo di centrodestra, localizzando con il decreto-legge n. 314 del 2003, che imponeva, senza alcuna consultazione con gli enti locali e con la popolazione, il placet al deposito geologico per le scorie nucleari nel comune costiero di Scanzano Jonico, in provincia di Matera. Il decreto-legge n. 314 del 2003 viene alla luce durante una riunione del Consiglio dei Ministri nella notte tra il 12 e il 13 novembre. La sua è una concezione che evidentemente dovrebbe essere immacolata, dato che non esiste traccia neanche nell'ordine del giorno. In quanto decreto-legge, la paternità ufficiale dovrebbe essere attribuita al Presidente della Repubblica, allora il Presidente Ciampi, ma, dato che egli al momento si trovava all'estero per affari di Stato, è il Presidente del Senato, Marcello Pera, a farne le veci, controfirmando il documento. Mentre il Consiglio dei Ministri lavora sul decreto, il popolo italiano vive il lutto di 19 carabinieri morti, purtroppo, nell'attacco in Iraq a Nassiriya. Oltre alla mancata consultazione e partecipazione popolare, la scelta del sito di Scanzano Jonico si è macchiata anche di mancanza di trasparenza, in quanto non sono mai stati rilevati i criteri con cui il Governo Berlusconi 3 ha scelto Scanzano Jonico, con la possibilità di imporre il sito, tra l'altro, al territorio con l'uso dell'esercito. Le pratiche di resistenza a questa scelta del Governo e messa in atto operarono su due livelli: sia attraverso le reazioni istituzionali dei politici locali e degli enti non governativi, sia, più vistosamente, attraverso una vasta mobilitazione a livello popolare. Nei 15 giorni della protesta, accompagnata dalla diffusa solidarietà e partecipazione degli abitanti delle regioni limitrofe, migliaia e migliaia di persone parteciparono ai blocchi stradali, alle manifestazioni, ai comizi, occupando il sito prescelto e la stazione ferroviaria, raggiungendo l'apice con la storica marcia dei 100 mila del 23 novembre 2003. La protesta viene ampiamente riconosciuta per la sua grande compostezza e civicness anche da coloro che sostenevano la posizione del Governo. Si costituisce un movimento esteso, che attraversa tutti gli assi di differenza: genere, generazione, appartenenza politica, ceto, località. Il popolo, in sintonia con le istituzioni locali, riesce a organizzarsi, agire e far valere le proprie istanze. Partita come un'azione difensiva del territorio, la rivolta di Scanzano si rivela fortemente caratterizzata dalle rivendicazioni del diritto alla partecipazione ai processi decisionali che riguardano il territorio. Grazie a queste azioni, il Governo di centrodestra è stato costretto a tornare indietro sui suoi passi. Scanzano ha vinto, hanno vinto i cittadini, gli amministratori locali, le forze ambientaliste. Il plateale fallimento del Governo Berlusconi 3 ha messo in evidenza l'arroganza del potere che pensa di poter imporre decisioni senza alcuna partecipazione e spiegazione. E, tuttavia, questo modo di fare ha lasciato ancora irrisolto il problema dello stoccaggio definitivo dei rifiuti radioattivi.

Com'è noto, l'Unione europea prevede, con l'articolo 4 della “direttiva Euratom”, la n. 2011/70, che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati. La maggior parte dei Paesi europei si è dotata o si sta dotando di depositi per mettere in sicurezza i propri rifiuti a molto bassa e bassa attività. Per sistemare definitivamente i rifiuti a media e alta attività, alcuni Paesi europei, tra cui l'Italia, hanno la possibilità di studiare la localizzazione di un deposito profondo (geologico) comune in tutta Europa, allo scopo di fruire dei potenziali vantaggi di una soluzione ottimizzata in termini di quantità di rifiuti, costi e tempi di realizzazione, così come prospettato dalla “direttiva Euratom” n. 2011/70. A tale riguardo, segnalo che nel primo semestre del 2018 la Corte di giustizia europea ha avviato la procedura di infrazione n. 2018/2021 sulla non corretta trasposizione della “direttiva Euratom” del 2011. Tutti i Paesi dell'UE hanno l'obbligo di elaborare e attuare programmi nazionali per la gestione di tutto il combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi generati sul loro territorio, dalla generazione allo smaltimento. Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 23 agosto 2013 e a notificare i loro programmi nazionali per la prima volta alla Commissione entro il 23 agosto 2015. Tale direttiva è stata recepita in Italia solo con il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 45. In attuazione degli articoli 6 e 7, ovviamente, del decreto legislativo n. 45, il Ministero dello Sviluppo economico e il Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare hanno congiuntamente predisposto un programma nazionale che contiene una panoramica programmatica della politica italiana di gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito. Il procedimento è stato assoggettato a valutazione ambientale strategica, conclusasi il 18 dicembre 2018, ed è consultabile sul portale del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Tuttavia, entro l'estate 2019 era previsto venissero ultimate le modifiche necessarie al programma nazionale, in vista, appunto, dell'udienza di fronte alla Corte (la causa è la C-434/2018). Ma il giorno 11 luglio 2019 la Corte di giustizia dell'UE ha pronunciato la sentenza, evidenziando come l'Italia sia venuta meno agli obblighi e, pertanto, sia stata condannata alle spese. Il Mise ha informato che il programma nazionale è stato formalizzato in data 30 ottobre 2019 e trasmesso alla rappresentanza permanente d'Italia presso l'UE in data 21 novembre e il relativo DPCM è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il giorno 11 dicembre 2019. La Commissione europea, con decisione del 12 febbraio 2020, ha archiviato la relativa procedura d'infrazione.

A conclusione del procedimento amministrativo di cui all'articolo 7, come dicevamo prima, il Programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi è stato approvato con DPCM, sentiti, ovviamente, il Ministero della Salute, la Conferenza unificata e l'Ispettorato per la sicurezza nazionale e la radioprotezione (Isin).

Il deposito nazionale, previsto, appunto, da una norma, l'articolo 27, nella fattispecie, del decreto legislativo n. 31 del 2010, è necessario per stoccare definitivamente i rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, attualmente - ribadisco - stoccati in depositi temporanei presenti nei siti degli impianti nucleari disattivati, dove Sogin sta portando avanti le attività di mantenimento in sicurezza e decommissioning. Al deposito nazionale confluiranno, quindi, anche i rifiuti stoccati in depositi temporanei non gestiti da Sogin che provengono da fonte non energetica, ossia quelli derivanti dalla ricerca, dall'industria e dalla medicina nucleare, che continuano inevitabilmente a essere prodotti anche in Italia. Inoltre, è previsto lo stoccaggio, ma solo temporaneo, di quelli ad alta attività.

Oggi, al contrario di quanto accade all'estero, non esiste ancora in Italia una struttura centralizzata in cui sistemare in modo definitivo i rifiuti radioattivi. La sua disponibilità permetterà di smaltire definitivamente tutti i rifiuti radioattivi italiani e di completare il decommissioning degli impianti nucleari, così da poter restituire i siti che li ospitano privi di vincoli radiologici. La realizzazione del Deposito nazionale non solo consentirà all'Italia di allinearsi a quei Paesi che, da tempo, hanno in esercizio sul proprio territorio depositi analoghi o che li stanno costruendo, rispettando così gli impegni etico-politici nei confronti dell'Unione europea, ma anche di valorizzare a livello internazionale il know-how acquisito. Il progetto, infatti, comprende anche la realizzazione di un Parco tecnologico, le cui attività, tra le altre cose, stimoleranno la ricerca e l'innovazione nei settori dello smantellamento degli impianti nucleari e nella gestione dei rifiuti radioattivi, creando nuove opportunità per professionalità di eccellenza. Nel Deposito verranno stoccati circa 95 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, il 60 per cento di origine energetica, circa 17 mila metri cubi ad alta attività - che saranno sempre in maniera temporanea - e avrà un'estensione di circa 150 ettari, con un costo stimato di 900 milioni di euro. Per la costruzione saranno impiegati circa 4 mila lavoratori all'anno, mentre per l'esercizio i posti di lavoro saranno circa mille.

Il Deposito viene localizzato da una articolata procedura attraverso la CNAPI, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, anche questa normata sempre dallo stesso decreto legislativo del 2010. La CNAPI si basa su criteri elaborati dall'ente di controllo ISPRA, oggi ISIN nella Guida tecnica n. 29, in linea con gli standard della IAEA (International Atomic Energy Agency), con osservazioni da parte di Enea, IGV e CNR. Quindi, i criteri non sono stati stabiliti dalla politica, ma da criteri tecnici riconosciuti a livello internazionale e vagliati anche dai nostri enti di ricerca, a differenza di quanto è avvenuto a Scanzano Jonico. È importante sottolineare che i criteri sono stati stabiliti in maniera trasparente e con scelte tecniche riconosciute a livello internazionale, quindi non con parametri di carattere politico. Essi rappresentano, quindi, un insieme di requisiti fondamentali e di elementi di valutazione per arrivare, con un livello di dettaglio progressivo, all'individuazione delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito nazionale. I criteri sono stati formulati per individuare aree dove sia garantita l'integrità e la sicurezza nel tempo del Deposito. I criteri elaborati dall'ente di controllo sono suddivisi in 15 criteri di esclusione e 13 criteri di approfondimento; quelli di esclusione sono quelli che, appunto, sono stati analizzati per escludere tutte quelle aree che non sono ritenute idonee, mentre dei 13 criteri di approfondimento si potrà discutere di qui in avanti per poter valutare le aree individuate a seguito dell'applicazione dei criteri di esclusione; la loro applicazione può condurre all'esclusione di ulteriori porzioni di territorio all'interno delle aree potenzialmente idonee e individuare siti di interesse.

L'applicazione dei criteri di esclusione è stata effettuata attraverso verifiche basate su normative, dati e conoscenze tecniche disponibili per l'intero territorio nazionale, anche mediante l'utilizzo di GIS (sistemi informativi grafici) e, in alcuni casi, di banche dati gestite da enti pubblici. L'applicazione dei criteri di approfondimento è effettuata, quindi, attraverso indagini e valutazioni specifiche sulle aree risultate non escluse. La procedura prevede che, a seguito della validazione della parte dell'ente di controllo ISIN e del successivo nulla osta del Ministero dello Sviluppo economico e del Ministero dell'Ambiente, Sogin pubblichi la proposta di CNAPI, la carta nazionale, appunto, delle aree potenzialmente idonee, insieme al progetto preliminare del Deposito nazionale, del Parco tecnologico e alla relativa documentazione.

La CNAPI è stata elaborata già dal 2015, ma è rimasta segreta per tutti questi anni, fino alla desecretazione, richiesta a gran voce dalle associazioni ambientaliste, con nulla osta che, con grande coraggio e per trasparenza, è stato finalmente rilasciato dai Ministri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente, Patuanelli e Costa, il 30 dicembre 2020, e pubblicato sul sito della Sogin il 5 gennaio 2021. La CNAPI comprende 67 aree con idoneità differenti, dislocate nelle diverse regioni: 8 zone in Piemonte, 24 zone in Toscana e Lazio, 17 zone in Basilicata e Puglia, 14 zone in Sardegna, 4 zone in Sicilia. Di queste, risultano 12 aree in classe A1 (cioè classificate molto buone come idoneità), 11 aree in classe A2 (buone), 15 aree in classe B (insulari) e 29 aree in classe C (zona sismica 2).

Le aree in classe A1, ossia con la massima idoneità, sono ubicate: 5 in provincia di Alessandria, 5 in provincia di Viterbo e 2 in provincia di Torino. La proposta di CNAPI, con l'ordine di idoneità delle aree identificate sulla base delle caratteristiche tecniche e socio-ambientali, il progetto preliminare e la relativa documentazione è sottoposto a consultazione pubblica. Quindi, ci sarà partecipazione, ed è già iniziata la partecipazione. Nei sessanta giorni successivi alla pubblicazione delle regioni, gli enti locali e i soggetti portatori di interessi qualificati possono formulare osservazioni e proposte tecniche in forma scritta e non anonima. Entro centoventi giorni dall'avvio della consultazione pubblica Sogin promuove il seminario nazionale, al quale sono invitati a partecipare i portatori di interessi qualificati per approfondire tutti gli aspetti tecnici relativi al Deposito nazionale e Parco tecnologico, e la rispondenza delle aree individuate e i requisiti della Guida tecnica n. 29 emessa dall'ente di controllo ISPRA (oggi ISIN). Saranno inoltre approfonditi gli aspetti connessi alla sicurezza dei lavoratori, della popolazione e dell'ambiente e i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione dell'opera. Dopo il seminario nazionale, Sogin raccoglierà le ulteriori osservazioni trasmesse formalmente e redigerà la proposta di CNAI (Carta nazionale delle aree idonee), che viene nuovamente sottoposti ai pareri del Mise, del MATTM, dell'ente di controllo ISIN e del Ministero dei Trasporti. In base a questi pareri, il Ministero dello Sviluppo economico convalida la versione definitiva della CNAI, che è quindi il risultato dell'integrazione della CNAPI, dei contributi emersi e concordati nelle diverse fasi della consultazione pubblica.

Anche se il metodo è profondamente diverso da quello adottato a Scanzano Jonico - e lo voglio sottolineare -, a prevedere trasparenza e partecipazione in questa sede, occorre rilevare che i tempi, sia per le osservazioni, sia per il seminario e anche per le successive osservazioni al seminario - che ricordiamo sono stati stabiliti dal decreto legislativo n. 31 del 2010, cioè del Governo Berlusconi, quindi, del centrodestra, e nelle successive modifiche - appaiono troppo stretti vista la complessità della documentazione e degli studi da affrontare. Sebbene la tecnologia possa favorire il confronto anche in via telematica, rilevo comunque l'insufficienza per permettere agli enti locali di approfondire il tema in maniera adeguata.

Inoltre, un'altra criticità è destata dalla partecipazione alle osservazioni, che appare ridotta, relegandola nella fase di consultazione preliminare e soltanto ai soggetti con un legittimo interesse, oltre che agli enti locali e alle regioni e, nella fase post-seminario, soltanto agli enti locali - regioni e università - lasciando esclusi tutti gli altri.

Ravviso, inoltre, che il legislatore non ha pensato, nel 2010, al tempo, di informare il Parlamento sugli aggiornamenti della procedura e non ha previsto misure specifiche, oltre a quelle ordinarie, per verificare il puntuale rispetto delle prescrizioni che verranno impartite in sede di VIA, ad esempio con la realizzazione di un osservatorio.

Inoltre, è assente la previsione di possibili ricadute in ambito sanitario con una valutazione di impatto sanitario apposita. In ultimo, appare molto importante coinvolgere maggiormente le università e gli enti di ricerca pubblici, che sono tra i pochi soggetti che hanno le conoscenze e gli strumenti per poter effettuare un approfondimento che non lasci spazio ad alcun dubbio concreto sulla localizzazione finale del sito, dove verrà costruito il Deposito nazionale di rifiuti radioattivi.

Come MoVimento 5 Stelle ci impegneremo, attraverso il Parlamento sovrano, a migliorare l'attuale normativa, che ricordo risale, fin dai tempi del Governo di centrodestra, al 2010 e modificata successivamente con i Governi successivi. Di fronte a questo tema legato ai rifiuti radioattivi, auspico nella massima collaborazione da parte di tutte le forze politiche e senza alcuna distinzione e, soprattutto, in nessuna speculazione politica basata su false notizie, come purtroppo ne abbiamo sentite in questi giorni.

Il MoVimento 5 Stelle vuole migliorare la normativa esistente anche in questo settore e, per questo, presenteremo alcune nostre proposte con la mozione che oggi iniziamo a discutere (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare la deputata Braga. Ne ha facoltà.

CHIARA BRAGA (PD). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, la discussione di questa mozione, presentata da vari gruppi politici, a cui seguirà anche una mozione del Partito Democratico e di maggioranza, ci consente di discutere, come abbiamo fatto in queste ore che abbiamo alle nostre spalle, di una questione molto rilevante, cioè quella della realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e del Parco tecnologico, che consentiranno appunto di dare sistemazione definitiva ai rifiuti radioattivi italiani.

La prima domanda a cui dobbiamo rispondere è perché si arriva a questa decisione. Io credo che sia doveroso sottolineare che questo passaggio rappresenta un passaggio di grande importanza, una scelta con cui si chiude definitivamente il passato del nucleare nel nostro Paese, conseguente ad alcune altre scelte, di cui i colleghi hanno ampiamente dato conto nei loro interventi e su cui non ritorno.

Ma, soprattutto, si dà una soluzione definitiva a una condizione che interessa diversi territori del nostro Paese, ancora oggi caratterizzati, interessati dalla presenza di situazioni precarie di deposito di rifiuti nucleari e, in qualche caso, anche potenzialmente pericolose.

Ho ascoltato con attenzione gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, proverò a sottolineare solo alcuni aspetti, da un lato, per sottolineare alcune inesattezze che ho sentito e per precisare ulteriormente qual è il percorso che ci ha portato fin qui e quello che abbiamo davanti, ma anche per aggiungere qualche elemento di conoscenza che forse casualmente è sfuggito agli interventi di alcuni colleghi. La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee è stata pubblicata dalla Sogin, l'ente preposto alla realizzazione del deposito del parco tecnologico, dopo il via libera, il nulla osta emanato il 30 dicembre scorso dal Ministero dello Sviluppo economico e dal Ministero dell'Ambiente. È una procedura che risale agli anni passati, come è stato correttamente detto; il decreto legislativo del 2010 che norma l'iter di localizzazione e anche tutti i passaggi per la costruzione e l'esercizio del deposito del parco scientifico sono espressione di un Governo di un altro segno politico, il Governo Berlusconi; nel 2014, il Governo Renzi ha recepito la direttiva comunitaria che prevede, appunto, che i rifiuti radioattivi siano smaltiti nel Paese in cui sono prodotti, con una serie di decreti legislativi che hanno dettagliato, a partire appunto dal 2014, l'iter che ha portato la Sogin, come dire, a elaborare la Carta, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, sulla base di criteri tecnici definiti dall'ISPRA nelle linee guida, criteri che sono il frutto di un'elaborazione in qualche modo derivata anche dai requisiti indicati dalle linee guida dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica e che sono stati validati, nel corso di questi anni, dall'autorità per la sicurezza nucleare, oggi, appunto denominata Isin. Lo sottolineo perché in questi anni, dal 2010 a oggi, con i vari passaggi che hanno riguardato anche i Governi di questi ultimi anni, di centrosinistra, nessuno ha messo in discussione il percorso con cui arriviamo qui, probabilmente non poteva che essere così, siamo in recepimento di direttive comunitarie, e sono state anche dettagliate e definite le procedure specifiche che, oggi, portano alla pubblicazione della Carta, all'individuazione delle aree potenzialmente idonee e, poi, successivamente, ai passaggi per la localizzazione e la realizzazione di questo sito.

Voglio sottolineare un punto che non mi pare di avere colto anche negli interventi più polemici di alcuni colleghi, che riguarda le modalità con cui è stata data pubblicazione alla Carta. La CNAPI è soggetta ed è stata sottoposta a classifica di segretezza a livello riservato nel dicembre del 2014 sulla base della normativa di riferimento per un motivo molto preciso: questa apposizione, diciamo così, di vincolo è finalizzata a impedire che l'eventuale divulgazione non autorizzata di informazioni possa causare un danno alla sicurezza della Repubblica. Non c'è stata, voglio sottolinearlo, alcuna volontà, da parte di questo Governo, di non trasmettere informazioni dovute; appena è stato emanato il nulla osta, la Carta è stata pubblicata, ne è stata data corretta informazione sia sui siti digitali che anche con la pubblicazione sui quotidiani, come prevede appunto la normativa vigente e, anzi, voglio dire che la decisione del Governo è stata certamente dettata da una maturazione delle condizioni per potere procedere attraverso l'avvallo e la validazione avvenuta in via definitiva dall'Isin, ma anche dalla necessità di non sottoporre il nostro Paese ad una procedura di infrazione a causa delle mancate scelte dei Governi che abbiamo avuto fin qui, mancate scelte che hanno certamente rallentato la chiusura e la scrittura, appunto, della parola conclusiva della vicenda nucleare del nostro Paese. La procedura che è stata adottata dalla Sogin prevede, come già i colleghi hanno ricordato, l'applicazione di quindici criteri di esclusione che consentono di scartare le aree che non soddisfano determinati requisiti di sicurezza per la tutela dell'uomo e dell'ambiente e di tredici criteri di approfondimento che tengono invece conto delle caratteristiche fisiche, chimiche, naturalistiche e antropiche dei territori. Ho sentito, da parte di alcuni colleghi, alcune, diciamo così, dichiarazioni o insinuazioni sulla non validità di questi criteri; onestamente io non ho le conoscenze che probabilmente evidentemente altri colleghi hanno della materia, ma certamente ritengo che questi criteri di approfondimento e di esclusione, dal momento che fanno riferimento ad alcune caratteristiche, direi così, abbastanza stabili dei territori, come la presenza, ad esempio, di manifestazioni vulcaniche, l'esposizione al rischio geomorfologico e idraulico o, addirittura, la scelta di tutelare alcune di queste aree attraverso la realizzazione di parchi naturali e aree protette, i parametri chimici del terreno e delle acque di falda, certamente non sono criteri o elementi che possano subire delle modificazioni nel corso di un anno o qualche anno o essere oggetto di contestazione politica.

Sarebbe opportuno, in qualche modo, che anche la discussione che noi facciamo in quest'Aula rispetto a una scelta così impegnativa si fondasse sul riconoscimento della validità dei criteri scientifici e tecnici che le agenzie preposte, l'ISPRA, in maniera particolare, e l'Isin, hanno realizzato e messo in campo per arrivare appunto a questo passaggio. Come dicevamo, la CNAPI è una Carta che identifica le aree potenzialmente idonee e se l'italiano ha un senso, e io credo di sì, questa parola, questa sottolineatura “potenzialmente”, rimanda esattamente all'iter successivo che ne dovrà seguire e che è stato previsto e disciplinato proprio dalla normativa vigente. Sappiamo che la pubblicazione è un primo atto preliminare, che apre una procedura di consultazione pubblica, nei primi sessanta giorni, durante la quale tutti i soggetti portatori di interessi qualificati - e qui stiamo parlando di cittadini, imprese, associazioni, istituzioni locali - potranno rappresentare le loro osservazioni e proposte tecniche. Nei centoventi giorni successivi alla pubblicazione della Carta verrà avviato, Sogin avrà il compito di promuoverlo, il seminario nazionale a cui sono invitati a partecipare tutti i portatori d'interesse qualificati, ancora una volta stabiliti per legge, non solo gli enti locali, ma anche le rappresentanze degli interessi economici, le rappresentanze sindacali, le università, gli enti di ricerca espressione del territorio, che potranno appunto approfondire, in questo seminario, gli aspetti tecnici relativi al deposito nazionale e al parco tecnologico, la rispondenza delle aree potenzialmente identificate, oggi, sappiamo che sono sessantasette in sette regioni, e anche una serie di aspetti che sono connessi alla sicurezza dei lavoratori, della popolazione e dell'ambiente e le potenzialità di sviluppo del territorio. Nei trenta giorni successivi al seminario, Sogin e il Ministero dello Sviluppo economico dovranno raccogliere le eventuali ulteriori osservazioni e, successivamente, nei sessanta giorni ulteriori, appunto, redigere la Carta nazionale delle aree idonee. Questa Carta non prevedrà ancora una scelta definitiva, ma certamente andrà a identificare e a escludere alcune delle aree potenzialmente previste, rispetto alla quale le regioni e gli enti locali potranno esprimere manifestazioni di interesse, volontarie e non vincolanti, per procedere con l'iter di localizzazione.

È bene ricordare che la procedura vigente prevede che anche qualora ci fossero manifestazioni di interesse queste possano essere riviste dai promotori e, in caso di assenza, nessuna decisione verrà imposta sul territorio, ma è previsto un iter molto articolato e garantito di confronti, di trattative territoriali e di trattative tra i vari livelli istituzionali per giungere a una soluzione condivisa.

Signor Presidente, ho speso alcuni minuti del mio intervento per descrivere in maniera un po' più lineare e puntuale l'iter che porterà all'individuazione di questo sito per un motivo: non è così scontato e non è la norma, non è la prassi che nel nostro Paese la realizzazione delle opere pubbliche, specie quando hanno una rilevanza di questa natura, avvenga attraverso una procedura di questo tipo, una procedura trasparente, aperta, di vero e proprio dibattito pubblico, che rappresenta, io credo, anche una sfida impegnativa e appassionante per il nostro Paese. Mi hanno stupito alcune sottolineature, alcune critiche ingenerose rispetto a questa procedura, non solo perché non raccolgono quale è lo stato dell'arte, ma anche perché vengono da alcuni esponenti politici che, nel passato o anche nel recente passato, hanno, in qualche modo, auspicato la rapida realizzazione delle opere, anche sacrificando i passaggi di condivisione e di concertazione territoriale. Questo, invece, è un elemento qualificante e decisivo, che permetterà di arrivare, come è successo in molti altri Paesi europei, addirittura, probabilmente, alla competizione tra territori per poter attrarre un investimento che ha anche una serie di benefici non indifferenti, se pensiamo che, soprattutto, la realizzazione del parco tecnologico porterà l'opportunità di sviluppo territoriale e di interventi di promozione e anche occupazionali. Questo, ovviamente, è un elemento da non sottovalutare.

La realizzazione di questo progetto, di questo deposito credo che risponda in maniera molto precisa anche a un interesse nazionale, lo dico sulla base anche di alcune conoscenze che personalmente, ma anche altri colleghi hanno acquisito in questi anni, anche di lavoro parlamentare. È capitato, ad esempio, alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle ecomafie di incrociare, durante la propria attività, delle situazioni che definirei, almeno, precarie rispetto alla presenza di depositi di rifiuti radioattivi, che sono rifiuti che derivano da un passato del nostro Paese, ma anche da un'attività che, dobbiamo dircelo, continua ad esserci ed è giusto così che ci sia, soprattutto, nel campo della medicina nucleare, dell'industria, della ricerca applicata, appunto, a queste destinazioni e che, in alcune aree - penso al deposito a Statte, al deposito Cemerad -, rappresentano un problema per il territorio.

Il deposito consente di creare un'area sicura, tecnologicamente avanzata per dare sistemazione definitiva a un quantitativo preesistente, ma anche prossimo, di prossima realizzazione, di rifiuti radioattivi a bassa e media attività e di stoccare temporaneamente rifiuti ad alta attività, che, poi, saranno collocati definitivamente in un deposito geologicamente sicuro, la cui realizzazione, probabilmente, come è giusto che sia, avverrà a livello europeo. Questa è la discussione che è in corso e a cui il nostro Paese, attraverso i Ministeri competenti, sta partecipando. Credo che sia una soluzione di grande responsabilità nei confronti dei territori che oggi vivono delle situazioni non di totale sicurezza o razionalità nella gestione di questi rifiuti. È anche un'opportunità di chiudere e dare una soluzione definitiva, che ci fa acquisire anche, certamente, una maggiore credibilità a livello europeo. Non dimentichiamoci che, oltre al fatto di essere stati sottoposti ad un rischio di procedura di infrazione, oggi dipendiamo ancora da altri Paesi europei, che ospitano, ovviamente, non a titolo gratuito, ma dietro un pagamento significativo di costi di stoccaggio a carico della fiscalità generale, una parte dei nostri rifiuti nucleari. Ho provato molto sinteticamente, signor Presidente, e concludo, a sottolineare alcuni aspetti che io e il nostro gruppo riteniamo fondamentali nel sostenere convintamente la scelta del Governo. Crediamo che sia stata una doverosa assunzione di responsabilità nei confronti del Paese e anche una applicazione reale di quell'approccio di Governo che credo ci debba caratterizzare. Non si nascondono e non si risolvono i problemi non affrontandoli, li si risolvono provando ad accompagnare i processi, che sono anche complessi. Per questo motivo, credo che anche dalla discussione di oggi, comunque, emergano degli elementi importanti: ad esempio, la possibilità di presentare, come noi faremo, un emendamento al “decreto Milleproroghe” per prevedere un allungamento dei termini per le osservazioni e anche di accompagnare i prossimi passaggi per la realizzazione di questo importante investimento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Giglio Vigna. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO GIGLIO VIGNA (LEGA). Grazie, Presidente. Grazie, Governo, grazie onorevoli colleghi, la Sogin Spa, tenendo conto dei criteri previsti nella giunta tecnica n. 29 dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), lavorati sulla base degli standard dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), ha definito la proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito nazionale e il parco tecnologico. La proposta è stata valutata dall'ISIN, l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e, successivamente, dai Ministeri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente. Io direi che parto da questo punto, perché nella discussione odierna, nella discussione di oggi pomeriggio su questo importantissimo tema è stato sottolineato da alcuni colleghi della maggioranza come, poi, in fondo, questa decisione sia una decisione di tipo politico, come la decisione dell'allocazione del Deposito sarà una decisione di tipo tecnico e non una decisione di tipo politico. Ecco, noi iniziamo questo intervento, io inizio questo intervento, dicendo: no, la decisione è assolutamente politica, ogni decisione che viene presa è una decisione di tipo politico. Dividerò il mio intervento in diversi punti. Iniziamo dal momento: siamo nel mezzo di una pandemia. Essere nel mezzo di una pandemia vuol dire, di sicuro - come gli è scritto e come ha scritto il mio collega, l'illustre collega Riccardo Molinari nella mozione che porta la sua prima firma e, poi, la firma di tanti parlamentari della Lega -, tensioni sociali, vuol dire tensioni economiche, vuol dire un momento sbagliato per decidere o anche solo per aprire il dibattito. Ora, io faccio un passaggio in più. Sì, è vero, un momento sbagliato per le tensioni sociali, di sicuro un momento sbagliato per le tensioni di tipo economico - diversi colleghi hanno parlato dell'insicurezza che può creare un dibattito di questo tipo sui territori, insicurezza anche economica che poi, dopo, andremo ad affrontare -, ma di sicuro c'è un altro elemento, un elemento che, in realtà, dovrebbe essere caro a chi fa politica, a chi si occupa della cosa pubblica ed è l'elemento primario, l'elemento principale del dibattito. Perché noi oggi, grazie alla mozione Molinari, che è la prima che è stata depositata e, poi, a tutte, ovviamente, le altre mozioni che si sono aggiunte, di maggioranza e di opposizione, stiamo discutendo di questo tema nelle sedi istituzionali. Vedete, io sono un deputato piemontese, una delle regioni con un alto numero di aree selezionate in questo elenco e questa discussione sta avvenendo a tutti i livelli istituzionali. Siamo qui, ne parliamo oggi, nell'Aula alla Camera dei deputati, domani vi sarà il consiglio regionale di Regione Piemonte, per esempio, per quel che riguarda la mia realtà - un consiglio regionale di sicuro aperto -, di sicuro ne stanno parlando i sindaci, ne stanno parlando le amministrazioni, ma manca un passaggio, manca un tassello, ovvero il dibattito fra i cittadini, perché, in questa fase, è impossibile aprire il dibattito in modo vero, in modo costruttivo, in modo fisico, quindi uscendo da quella che è la logica dei social network, delle riunioni sulle varie piattaforme che abbiamo imparato a conoscere in quest'anno di pandemia. I cittadini non possono confrontarsi in modo reale, in modo fisico, nelle comunità, nei loro auditorium; i sindaci non possono convocare o invitare le popolazioni, le associazioni. Anche noi, ovviamente, rappresentanti del territorio, abbiamo delle limitazioni nell'andare a parlare con i sindaci, gli amministratori, i cittadini e le associazioni.

Quindi, è sbagliato, sbagliato aprire il dibattito in questa fase, sbagliato perché il dibattito in questa fase su un tema del genere non può essere trattato su Internet, non può essere trattato se non con un contatto reale fra quelli che sono i vari attori del territorio, i vari attori dei territori. E in questo momento non si può fare e quindi è sbagliato.

E poi è sbagliato anche perché non sono state - con la scusa della secretazione, poi della desecretazione - non sono state coinvolte le Regioni. Però le Regioni vanno coinvolte prima - mi rivolgo al Governo attraverso la Presidenza dell'Aula, come è consuetudine e come si fa in questa alta sede istituzionale -: le Regioni vanno coinvolte prima, gli enti locali vanno coinvolti prima. Non si può, nella notte fra il 5 e 6 gennaio, buttare sulla rete, seppur su siti istituzionali, buttare un elenco di possibili siti e poi, dopo, quando, nonostante la pandemia, nonostante l'impossibilità di incontrarsi, nonostante l'impossibilità di fare rete fisica, vi è una rivolta da parte dei territori, quando il Governo capisce di essere stato poi messo nell'angolo dai vari territori - da chi più o meno alza delle tesi, chi di tipo fisico, del terreno, chi di tipo geofisico, per quel che riguarda l'aspetto appunto dei terremoti, l'aspetto sismico, chi per l'aspetto dell'insularità, chi solleva anche dubbi di tipo economico, perché ci sono pure quelli, ovviamente - e quindi il Governo non può, il Ministro Costa non può, dopo, quando capisce di essere all'angolo, non può dopo dire: “Beh sì, però adesso è ora di aprire il dibattito”. Eh no, il dibattito non va aperto dopo, il dibattito va aperto prima. Ecco, noi non ci stiamo - questo è un primo punto, che io voglio sottolineare in modo fermo e in modo serrato -, noi non ci stiamo al fatto che le Regioni e gli enti locali vengano scavalcati in questo modo. Noi non ci stiamo. Questa è una sede, la discussione generale, dove si devono condividere le idee, dove bisogna discutere se vogliamo in modo forse più pacato della dichiarazione di voto, quindi non voglio ovviamente qui, in questa sede, alzare i toni, però questo Governo ha dimostrato con questa decisione, con questa pubblicazione - permettetemi - un rigurgito di centralismo come non se ne avevano in questo Paese da perlomeno settant'anni. È un qualche cosa di intollerabile per chi, come noi, per chi, come il gruppo della Lega, crede nei valori dell'autonomia e nei valori dell'autogoverno dei territori. Quindi sbagliato, perché le Regioni sono state calpestate, perché i comuni sono stati calpestati.

E poi vi è ovviamente tutta una parte su quella che è l'inopportunità di alcune tesi perché, scorrendo i vari siti, la carta comprende 67 aree, con priorità differenti, dislocate nelle varie Regioni italiane: 8 zone sono in Toscana, 24 zone sono nel Lazio, Basilicata, poi vi è la Puglia, vi è la Sardegna con 14 aree, vi è la Sicilia con 4 aree, vi è, come dicevo, la mia Regione, con ben 7 aree, di cui 2 in provincia di Torino e 5 in provincia di Alessandria, poi vi è il Lazio, ovviamente, che è già stato citato prima dal collega Durigon, con 5 possibili siti in provincia di Viterbo. Ecco, diverse di queste aree sono collocate in territori che incredibilmente stonano con questo discorso e noi non possiamo fare a meno di sottolinearlo, perché non si può parlare di deposito nucleare in alcuni territori italiani con una certa propensione economica, con una certa propensione verso tutta una serie di economie. Quindi, vi sono dei territori che risultano palesemente inadeguati. Territori che risultano inadeguati perché sono densamente popolati, territori che risultano palesemente inadeguati perché sono limitrofi appunto ad attività economiche, territori che sono di tipo agricolo, territori di tipo enogastronomico, territori considerati di assoluto pregio a livello nazionale e territori che sono fiori all'occhiello del nostro patrimonio nazionale, territori che si sono impegnati per creare un'economia di questo tipo.

La mozione Molinari è molto pragmatica, la mozione Molinari chiede che, in particolare, alcuni territori vengano esclusi e, senza fare nomi e cognomi di quei territori, si cercano e si trovano quelli che possono essere dei motivi di esclusione. E quindi abbiamo pensato a territori considerati di pregio, a livello nazionale e internazionale, abbiamo pensato all'economia basata sul vino o, in generale, sull'agricoltura. Avete inserito, in particolare, dei territori di siti UNESCO, come le Langhe, nel Monferrato e nel Roero; avete inserito dei territori che nel tempo sono riusciti a creare, negli ultimi quarant'anni, un'economia che si basa su un turismo più slow. Ecco, veniamo alle tesi di tipo economico: già parlare di rifiuti - questo è quello che è il governo, Presidente, questo è quello che ci arriva dai sindaci del territorio e da imprenditori del territorio, dai cittadini del territorio -, già parlare di deposito nucleare, in certe zone del Paese, crea un danno di tipo economico. Io non sto dicendo che realizzare il deposito nucleare su quei territori crea un danno di tipo economico; io sto dicendo che questa fase, io sto dicendo che la pubblicazione di quell'elenco, io sto dicendo che ahimè il dibattito stesso - ma purtroppo dobbiamo farlo per evitare che certi territori vengano coinvolti -, io sto dicendo che questa stessa fase sta creando problemi di questo tipo, perché poi le notizie ovviamente si rincorrono, perché poi il cittadino medio, l'investitore medio o chi guarda ad un territorio con un certo interesse di investimento, chiaramente non può analizzare la questione come la stiamo analizzando noi.

Guardate, io prendo l'elenco della Regione Piemonte, quella che gli enti competenti chiamano l'area Torino 10 e l'area di Caluso, di Mazzè e di Rondissone; viene prodotto un vino chiamato “Terra dell'Erbaluce di Caluso”, e ovviamente non solo. C'è la famosa area agricola di Carmagnola, dove una settimana fa circa 250, pur con le restrizioni di questo momento, 250 agricoltori, senza scendere dai loro trattori, quindi senza fare assembramento, hanno protestato contro l'idea del sito in quel territorio. Poi c'è tutta la zona del Monferrato, c'è Alessandria, c'è Castelletto Monferrato, c'è Quargnento, c'è Fubine, c'è Oviglio, c'è Frugarolo, c'è Novi Ligure, c'è Sezzadio, territori piemontesi che nel tempo, negli ultimi quarant'anni, hanno creato una economia su quello che è il turismo slow.

Quindi vedete come già solo parlare di questa questione crea dei problemi su questi territori, crea dei problemi e crea inevitabilmente dei danni. E noi non riusciamo a capire la ratio, non riusciamo a capire come mai il Governo abbia voluto, in questa fase, decidere di pubblicare questo elenco così, dal giorno alla notte, durante quelle che propriamente sono definite le vacanze ancora di inizio anno, le vacanze natalizie, e durante un momento di pandemia. Guardate, qui con me ho un documento che ho voluto portare in quest'Aula oggi e mi sembra importante parlarne: questa è la delibera dell'assemblea consiliare congiunta dei comuni di Caluso, di Mazzè e di Rondissone.

Vi è scritto più o meno quello che vi ho espresso in questa mia disamina dell'argomento, e quindi si parla del perché; per esempio, porto questo territorio perché lo conosco particolarmente, ma allo stesso modo potrei parlare del territorio del Monferrato, forse addirittura più famoso di questo territorio. Qui vi è tutto un elenco di ragioni del perché no su quel territorio: e allora si parla di un sito di interesse comunitario, non vi cito il nome del sito; si parla di un'area dell'80 per cento ricompresa nel sito UNESCO Collina del Po. Mi rivolgo ai rappresentanti del Governo: sapete l'impegno che ci mette un territorio, delle amministrazioni, le associazioni e gli imprenditori a far sì che il proprio pezzo di mondo - permettetemi queste due parole, forse un po' troppo evocative -, faccia parte dei territori UNESCO? Lo sapete l'impegno, gli anni che ci vogliono da parte delle istituzioni locali per dialogare con UNESCO Italia, che dà una mano, ovviamente, ai territori, ma soprattutto per dialogare con UNESCO centrale, a Parigi? Su quel territorio - continuo a leggere la delibera di questi tre comuni del mio pezzo di mondo, del mio Canavese - è presente l'enoteca regionale dei vini della provincia di Torino, nata nel 2005. Caluso, in particolare, è la capitale dell'Erbaluce, una delle prime DOC italiane, dal 1967.

I comuni di Caluso e Mazzè detengono il marchio DOC Carema e Canavese; poi c'è un altro DOCG che si chiama di nuovo Erbaluce di Caluso. E quindi poi la delibera continua a parlare di aziende vitivinicole; poi c'è la Nocciola IGP del Piemonte, quel pezzo di mondo fa parte di questo consorzio. E poi c'è ovviamente il tema delle distanze, che è già stato citato da qualche collega in precedenza: la distanza deve essere di un chilometro dai centri abitati. Questo chilometro non riusciamo a capire come sia uscito da questi calcoli, perché, fossero due, tre, quattro o cinque chilometri, molti di questi siti non sarebbero neanche ricompresi. Quindi, stiamo parlando di una ricaduta di immagine: vi ho fatto l'esempio del mio territorio, ma posso parlare di altri territori, posso parlare dei territori della Toscana, posso parlare di sicuro, come ho detto, dei territori del Monferrato. Un danno di immagine fortissimo già oggi, già adesso, già in questo momento. Ma, visto che da parte dei colleghi della maggioranza vi sono stati molti spunti e molti interventi - “sì, va fatto, ma non nel mio giardino” - io voglio portare, però, anche la voce, oggi, di quei territori, di quei comuni, che, invece, vorrebbero farlo, perché in Italia, e in particolare di nuovo nel mio Piemonte, vi sono dei comuni e vi sono dei territori che hanno chiesto di essere inseriti dentro l'elenco governativo, ma che, per una ragione o per l'altra, non sono stati inseriti, per ragioni di sicuro tecniche. Questi territori, però, chiedono, come minimo, l'apertura di un tavolo con il Governo, perché con molta probabilità queste ragioni tecniche si possono superare. Si possono superare come? Molto semplicemente con dei miglioramenti tecnici. E quindi c'è un'Italia che il deposito lo vuole e, in particolare, io sono, come dicevo un deputato piemontese, c'è un Piemonte che questo deposito lo vuole. Stiamo parlando dei due comuni di Trino e di Saluggia, che sono in provincia di Vercelli, perché nessuno nega che possa esistere in altri territori, non con le caratteristiche dei territori descritti prima, in altri territori, possa nascere una economia sul nucleare. Quindi, vedete, il Piemonte non dice “non nel mio giardino”, al massimo potremmo dire “magari non sempre nel nostro giardino”, ma c'è una parte della mia regione e dei territori della mia regione che, invece, questo deposito lo vorrebbero. Però, certo che, quando parliamo di questi comuni, c'è la necessità di fare delle migliorie di tipo tecnico, dei miglioramenti, delle implementazioni, delle modernizzazioni, perché i depositi che sono presenti in quei comuni, molto semplicemente, sono stati inseriti in quei comuni, in quei territori, in un periodo oramai in là nel tempo.

E quindi, noi lo sappiamo che esiste un indotto del nucleare, si parla appunto del Parco, sindaci parlano di Accademia del nucleare, altri parlano di opere accessorie, opere accessorie ovviamente importantissime per implementare il livello di sicurezza delle popolazioni. Trino è un territorio che, per quel che riguarda l'acquedotto, è l'inizio del grande acquedotto del Monferrato e, inevitabilmente, se le popolazioni vedessero una implementazione, una modernizzazione, un miglioramento dei depositi già esistenti, sarebbero soddisfatte. Saluggia, stesso discorso: miglioramento, implementazione, modernizzazioni, opere accessorie, parliamo dell'argine torinese del fiume Dora Baltea. Quindi, vedete, non è vero che nessuno le vuole, semplicemente l'appello che facciamo al Governo è quello di, forse, forse, ascoltare un po' più i territori, forse ascoltare tutto quel tema regione, tutti quei temi che possono e che devono arrivare dal confronto con gli enti locali.

E poi c'è tutto il discorso, ovviamente, delle isole. A me preme fare un passaggio sulla Sicilia, ma, in particolare, se vogliamo, sulla Sardegna. È bizzarro l'inserimento di siti sardi, perché la Sardegna è distante dal continente, perché la Sardegna ha problemi di trasporto, perché c'è il mare di mezzo, perché la Sardegna, all'unisono di altre realtà, ha un problema anche di immagine, perché è una delle regioni d'Italia con la vocazione turistica maggiore. Quindi, esiste un problema logistico, non solo il trasporto per arrivarci, è un problema logistico interno, all'interno della Sardegna.

Ora, io lo so che questo Governo sulle espressioni popolari non ci sente molto, e mi riferisco ai vari referendum che vengono tenuti di tanto in tanto nelle varie regioni. I referendum sono la volontà del popolo: quando una regione si esprime, quando un ente regione tiene un referendum chiede ai suoi cittadini di esprimersi; non è che un referendum regionale ha meno valore di un referendum statale. In Sardegna, in particolare, c'è stato un referendum che ha chiesto di non portare il deposito sull'isola. Se una popolazione oggettivamente si esprime, se un ente si esprime, non solo attraverso il suo consiglio regionale, i sindaci e le amministrazioni ma anche con un referendum, se poi quella regione ha una caratteristica particolare di insularità e un tema di lontananza come quello della Sardegna, è chiaro che serve anche, forse, l'appello del Presidente emerito Cossiga. Il popolo lì si è espresso, mentre dalle altre parti c'è dibattito, lì il popolo si è espresso.

Allora, noi, per andare alla conclusione di questa mia lunga disamina dell'argomento, che cosa chiediamo? Noi chiediamo che vi sia veramente il coinvolgimento di regioni, territori, enti locali, sindaci, cittadini e di tutte quelle forze sociali che sono la parte integrante del dibattito e che compongono, con noi che siamo rappresentanti delle istituzioni, un tessuto istituzionale e sociale che è quel tessuto del dibattito del Paese; perché senza quel tessuto del dibattito del Paese queste decisioni non possono essere prese, altrimenti sono calate dall'alto; altrimenti poi non vi lamentate se vi diamo dei centralisti, se vi diamo degli statalisti e se diciamo che calpestate i diritti degli enti locali, i diritti delle regioni.

Allora, a questo punto, torniamo, per concludere, alla mozione firmata dal collega, dal mio presidente di gruppo, Riccardo Molinari, presidente di gruppo della Lega qui a Montecitorio; torniamo alla mozione e andiamo a vedere che cosa chiede questa mozione. La mozione chiede che si aspetti: si aspetti cosa? Molto semplicemente, che si aspetti la fine di questa emergenza pandemica. Questa è la condizione sine qua non, è la sine qua non per riaprire il dibattito: aspettare la fine della pandemia, aspettare la fine perlomeno dello stato di emergenza; non diciamo la fine della pandemia, che verrà decretata, si spera, il più presto possibile dall'Organizzazione mondiale della sanità, ma perlomeno la fine dello stato di emergenza. Questa è la sine qua non: la fine dello stato di emergenza.

Allora, la mozione Molinari ed altri n. 1-00414 (Nuova formulazione) chiede che questi territori, di cui abbiamo parlato prima, vengano espunti dalla lista, che venga riaperto un dibattito con quei territori che invece vogliono essere in lista, che vogliono far parte dell'economia e dell'indotto economico del nucleare, ma soprattutto la mozione Molinari ed altri n. 1-00414 (Nuova formulazione)

PRESIDENTE. La invito a concludere.

ALESSANDRO GIGLIO VIGNA (LEGA). Vado a concludere, Presidente. La mozione Molinari ed altri n. 1-00414 (Nuova formulazione) chiede che questa discussione venga posticipata a dopo la pandemia. Noi abbiamo trovato come punto di caduta, come elemento tecnico conclusivo e come punto di caduta 180 giorni dopo la fine dello stato di emergenza. Quello sarà il momento per aprire un vero dibattito a livello nazionale, con regioni, enti locali, sindaci, associazioni, cittadini (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

(Intervento del Governo)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per l'ambiente e la tutela del territorio e del mare, Roberto Morassut.

ROBERTO MORASSUT, Sottosegretario di Stato per l'Ambiente e la tutela del territorio e del mare. Grazie, Presidente, pochi minuti. Penso sia doveroso da parte del Governo fornire in Aula direttamente alcune spiegazioni e informazioni, anche se il dibattito è stato talmente ampio e approfondito che penso abbia fatto emergere con sufficiente chiarezza tutti gli elementi della discussione in campo. Anzi, ringrazio i colleghi che hanno partecipato al dibattito perché questa è una di quelle questioni dove presumibilmente si dovrebbe lavorare, si dovrebbe discutere un po' cercando di rifuggire dalla tentazione facile, soprattutto su un argomento come questo, di usare quella quota di strumentalità politica, che peraltro è anche fisiologica e nessuno la nega nel dibattito politico, e c'è anche questo. Tuttavia, poiché si parla di una questione veramente di grandissima importanza per le popolazioni e per il Paese, bisognerebbe sempre cercare di stare al merito delle discussioni e degli elementi reali. Ora, qui, in alcuni interventi sono stati richiamati efficacemente molti aspetti. Quello che voglio dire io qui, a nome del Governo, è questo: intanto questa decisione arriva dopo sei anni e non è stata un colpo di fulmine; diciamo che non è stata una cosa inaspettata. Qui è stata ampiamente ricostruita tutta la procedura, che è una procedura che si è sviluppata da quasi sei anni, da circa sei anni, attraverso poi l'azione e le decisioni che sono state promosse da Governi di diverso segno politico. Mi stupisce sentire dei colleghi che appartengono a schieramenti e a forze politiche che hanno fatto parte di Governi che hanno iniziato questo percorso, che lo hanno proceduralizzato, proprio ed esattamente nelle forme con le quali adesso si rende pubblico, e, soprattutto, di Governi che, magari, ancora prima del 2010, sul tema del deposito delle scorie radioattive hanno operato assolutamente senza nessun coinvolgimento delle popolazioni, avendo operato attraverso procedure di decretazione diretta, sollevando - in quel caso sì - manifestazioni e allarme che hanno scosso intere regioni.

Ora, qui si è soltanto applicata una procedura consolidata e molto chiara. Non è che non c'è stato un coinvolgimento: il coinvolgimento c'è adesso. È adesso che finalmente i comuni, le popolazioni, le regioni possono prendere consapevolezza delle carte e dei documenti, studiarli, approfondirli, discuterli con i cittadini e presentare le loro osservazioni, le loro integrazioni, le loro richieste di modifica, le loro proteste. Noi abbiamo desecretato qualche cosa che era chiuso in cassaforte, che non poteva essere reso pubblico - la procedura l'avete chiara, cari colleghi che avete contestato questo punto - perché altrimenti ricadiamo nel comma 22, dicendoci “non avete coinvolto”. No! Stiamo coinvolgendo adesso, cosa che non era possibile fare prima, perché, a meno che non ci si inviti a commettere un reato, noi non potevamo dire tutto ciò prima, ovvero il coinvolgimento delle popolazioni su un documento secretato. Io penso che chi ha particolarmente a cuore gli aspetti della sicurezza, che tanto parla di sicurezza, dovrebbe almeno conoscere questo aspetto, questo elemento essenziale della discussione.

Poi, voglio dire una cosa. Questo allarme: è vero che nei primi giorni c'è stato nel sito di Sogin un grande afflusso di contatti, per capire, ed è naturale perché parliamo di una materia sensibile. Tuttavia, se già adesso - prego anche di verificarlo direttamente con Sogin - si va a vedere l'evolversi della situazione nei prossimi giorni, si vede chiaramente che l'approccio della popolazione, delle persone, delle istituzioni, dei portatori d'interessi, sta diventando sempre più concreto; si sta abbassando un po' la polvere dell'allarme perché cominciano a essere chiari i profili della questione e si cerca di capire meglio, anche con un abbassamento della quantità del numero dei contatti. Ciò vuol dire che se noi conduciamo questa discussione nel merito, fuori da ogni allarme e da ogni agitazione, siamo in grado di far emergere i veri problemi. I veri problemi quali sono? Intanto, che il Paese, dal 1987, da quando noi siamo andati in decommissioning per le centrali nucleari, ha un problema di gestione di questi depositi, che sono collocati in aree non idonee: sono sicuri, ma sono collocati in aree non idonee. Soprattutto, si ha il problema di gestire non solo il passato ma di gestire il futuro, perché parliamo del deposito dei materiali radioattivi, dei rifiuti radioattivi che derivano dalle lavorazioni medico-ospedaliero. Qui si è richiamata la pandemia.

Per quanto riguarda il settore sanitario, sappiamo che viene prodotta una quantità di materiali radioattivi che vanno depositati in situazioni sicure, cosa che gli altri Paesi europei hanno fatto e che non abbiamo fatto noi, e da sei anni giriamo intorno a questo problema.

Quindi, noi ci siamo come Governo e abbiamo deciso di fare un'operazione di trasparenza per coinvolgere i cittadini ed evitare di continuare a spendere i soldi senza mai decidere e di subire anche procedure di infrazione da parte dell'Unione europea. Se vogliamo, possiamo anche ricordare quali sono i dati dell'esposizione finanziaria del nostro Paese, dei Governi, dello Stato italiano, nei confronti di quei Paesi, ai quali abbiamo rilasciato i depositi ad alta intensità, per processarli, e che devono tornare in Italia e che, nel frattempo, noi stiamo pagando per evitare che ci rientrino dentro casa. Quant'è la massa di risorse che noi stiamo perdendo per non prendere una decisione? Perché si fatica, si rimanda, non si ha il coraggio di decidere, si fanno le procedure, si fanno i decreti, ma poi, al momento di decidere, di metterci la faccia e il cuore nelle decisioni, si allontanano i problemi. Siamo in grado tutti insieme - questa è la domanda - di prendere questa decisione in una discussione libera, Governo e Parlamento, senza steccati politici, senza agitazioni? Poi ognuno dirà la sua.

È chiaro che l'Italia è tutta bella. L'Italia è tutta straordinariamente bella. Io non trovo una regione dove ci sia un luogo desolato. In ogni regione c'è una particolarità archeologica, una particolarità paesaggistica, una coltivazione speciale. Siamo questo Paese qui, siamo la penisola più importante dal punto di vista del capitale naturale e della ricchezza delle specie viventi, sia animali che vegetali. È chiaro che le decisioni sono più faticose, ma noi partiamo da una selezione di situazioni, che è stata scientificamente tarata da organismi internazionali e, poi, mediata dal lavoro di ISPRA nel 2014. L'AIEA ha dato i criteri, l'ISPRA li ha applicati e adesso, da questi 67 possibili siti, potenziali siti, in una procedura scadenzata molto attenta e molto articolata, si dovrà arrivare ad una decisione, che magari sarà una decisione che nasce da una candidatura di qualcuno, che ha interesse ad ospitare questa infrastruttura così importante, che comporta anche un investimento e anche, se vogliamo, dei vantaggi per la comunità che la ospiterà. Infatti, saranno convogliati lì, per esempio, le risorse che oggi vengono date ai comuni per le compensazioni. I comuni che ospitano i depositi temporanei vengono oggi compensati attraverso un decreto. Tra l'altro, si parla di coinvolgimento dei comuni e voglio ricordare che noi abbiamo sbloccato due annualità di compensazioni ai comuni, che erano ferme, e stiamo finalmente chiudendo il contenzioso con i comuni che reclamavano giustamente di essere ristorati di queste risorse. Stiamo chiudendo anche con le comunità locali questo problema.

Non solo. Abbiamo chiesto alla Francia di far partecipare le nostre popolazioni alla decisione, che stanno prendendo in Francia, di prolungare l'attività delle centrali di più di quarant'anni. Sulla base delle convenzioni di Espoo, che prevedono la partecipazione transfrontaliera, abbiamo richiamato la Francia alla necessità di far partecipare anche le popolazioni italiane, perché crediamo che questo sia un tema dove la partecipazione non può essere messa tra parentesi, ma va esercitata.

L'ultima cosa che voglio dire è questa: cerchiamo di sviluppare questa discussione e di darci tempi giusti. Quindi, il Governo ha già dichiarato, noi abbiamo già dichiarato, fin dall'inizio, di essere disponibili ad allungare una procedura, che è stata fissata da un decreto e, quindi, per essere modificata ha bisogno di un passaggio parlamentare. Il Parlamento deciderà qual è lo strumento migliore. Ci sono degli emendamenti previsti anche nel “Milleproroghe” e ci sono possibilità anche con questa risoluzione di indicare delle strade. Il Governo è disponibile a allungare i tempi, a prendere tempi più estesi, però alla condizione che questi tempi non diventino ancora una volta la scusa per non decidere, per buttare i problemi da una parte e non affrontare una questione, che deve servire a liberare otto regioni dalla presenza di depositi temporanei in luoghi sbagliati e concentrarli, invece, in un unico posto, che abbia scientificamente delle caratteristiche, selezionate sul piano tecnico, indiscutibili sul piano scientifico.

Per quanto riguarda le autocandidature che ci sono state: benissimo se ci sono e, se ce ne saranno altre, le discuteremo. Ma, attenzione, però, perché non è che questa è una discussione che si fa sulla scelta politica di chi vuole o chi non vuole. I luoghi che qui sono stati richiamati, sono luoghi a fortissimo rischio idrogeologico e, forse, probabilmente per questo non si trovano in quella lista. E' una discussione in cui la politica e la tecnica devono andare insieme e devono saper camminare insieme per il migliore esito ai fini degli interessi dei cittadini. Io mi auguro e ci auguriamo che questa discussione si possa fare in questo modo, in maniera molto aperta, ma senza cedere alla tentazione di usare la facile leva della propaganda per una decisione importante che il Paese attende e che è uno degli ultimi nell'Unione europea a dover assumere (Applausi).

PRESIDENTE. Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.

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