Newsletter Finco n. 5/2018

ItaliaOggiSette in edicola questa settimana titola sul codice degli appalti come un’opera incompiuta:

È vero vi sono alcune criticità nella riforma, ma esse sono assai inferiori agli aspetti positivi. Inizierei con una domanda retorica: qualcuno può seriamente ritenere agevole che in questo pae-se, la cui pubblica amministrazione inizia ora flebilmente ad applicare una legge assai più semplice come quella dell’autocertificazione del 1968 e ancor più flebilmente a non richiedere a terzi docu-menti già in suo possesso, possa prontamente applicarsi una normativa che intercetta il 15% del pil italiano? E ciò anche ammesso che vi sia la volontà politica da parte delle stazioni appaltanti e delle amministrazioni di andare in questa direzione, volontà che invece è noto, non esserci poiché sottrae potere alle suddette. Molti di coloro che oggi si lamentano della situazione, hanno partecipato, come del resto Finco, a pieno titolo alle 32, diconsi trentadue, audizioni parlamentari tra camera e senato sul tema, alle 5 presso la presidenza del consiglio dei ministri, a decine e decine di dibattiti istituzionali o meno organizzati prima del vigore della norma, senza contare le centinaia, ma per dire meglio, migliaia, di note formali e informali, articoli e quant’altro che tali stakeholders hanno inviato o ricevuto e si sono scambiati nel triennio di gestazione della riforma. Si accorgono solo ora che la normativa è piena di difetti? Dove erano prima? Non sarà che si tenta in ogni modo di «far rientrare dalla finestra» ciò che è giustamente uscito dalla porta?

E che cos’è che è uscito dalla porta, aldilà di alcuni aspetti che vanno rivisti con riferimento, per esempio, alle Oepv? È stata definitivamente cassata la possibilità di subappaltare liberamente anche il 100% delle opere acquisite in gara. Questo è uno dei punti centrali se non il punto centra-le.

Inoltre, come mai le gare di progettazione quelle di Anas e altre tipologie di bandi sono in aumen-to? Non dovremmo prendere atto che il mercato è cambiato (e non tornerà più come prima) e inizia a richiedere tipologie di opere e qualificazioni d’impresa più alte?

In definitiva, che il nuovo codice dei contratti pubblici non piaccia alle imprese edili generaliste è cosa risaputa; formalmente perché avrebbe condotto alla paralisi degli appalti, sostanzialmente perché sono stati introdotti una serie di meccanismi che orientano la loro libertà di impresa (rectius: la libertà di fare quello che vogliono). Limiti al subappalto, limiti all’appalto integrato, limiti alla possibilità di varianti, limiti alla possibilità di pagare il subappaltatore - appaltatore «con calma», limiti alla possibilità di qualificarsi con i lavori fatti da altri… E mi fermo qui. Con ciò non si vuole nel complesso dire che il codice non sia perfettibile, ma fino a quando non sarà completa-mente applicato non potrà essere seriamente valutato, come giustamente affermato dal Presiden-te Anac Cantone.

Non è legittimo neppure paventare seriamente il rischio di una riforma incompiuta solo perché manca una serie di atti applicativi: la struttura del codice è complessa e ha l’ambizione di essere , al tempo stesso, innovativa e più flessibile rispetto al passato, e questo, inevitabilmente, ha delle ripercussioni sui tempi di piena attuazione della riforma.

Né si può seriamente pensare, come detto, che una riforma profonda che impatta il 15% del Pil del nostro paese possa essere di semplice e immediata operatività. Il fatto però che manchino alcune linee guida e decreti non deve trasformarsi in alibi per le stazioni appaltanti che potrebbero tran-quillamente bandire gare come hanno fatto, usando le regole che ci sono, tutte quelle ammini-strazioni che hanno consentito la crescita esponenziale, per esempio, degli appalti di progettazio-ne di Anas o Ferrovie.

 

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